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Valtellina, trent’anni

Trent’anni fa luglio era stato decisamente piovoso.

Stava iniziando a piovere molto anche in Valtellina. Nel giro di pochi giorni, un’alluvione tremenda, devastazione, morti.

Un po’ di tempo dopo ero stato lassù, con pala e stivali – che ho riportato indietro – e macchina fotografica – che uno del luogo si è tenuto per ricordo.

Ne ho scritto vent’anni fa, in una pagina che si era persa quando ho rifatto il sito e che ripubblico.

La galleria di fotografie, che era qui virtualmente da allora, probabilmente verrà riproposta a fine estate a Lomazzo, come manifestazione collaterale al 60° del locale gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini.

 

 

 

 

(Ah: neanche in questi ulteriori dieci anni sono più tornato in Valtellina. Magari, forse…)

SelfieChemistry & Fausto Melotti

Una bella tappa di SelfieChemistry – Foto|chimica alla sede lomazzese del Liceo Fausto Melotti di Cantù. Intanto perché mi fa sempre piacere passarci, sono millanta anni da quando ci insegnavo ed è già un po’ da quando ho visto chiudere la tradizione del glorioso Istituto d’Arte. Poi, perché la sfida è quella di far capire l’importanza della scienza della materia a chi non la incontra più – come era un tempo – tra le materie caratterizzanti del proprio percorso, mentre la chemofobia non si arresta.

Una quinta, abbastanza numerosa: sguardi perplessi o diffidenti di fronte all’idea che per due ore avrebbero sentito parlare di chimica. Addirittura, di cosa c’entra la chimica con la storia degli ultimi secoli, quella che magari ti chiedono all’esame. Ma, forse più che in altri momenti, vedo parecchio interesse che si risveglia. Chimica e storia accompagnati da casi concreti, dalla nascita simultanea della chimica e dell’arte – quando  un ominide per la prima volta preparò consapevolmente un qualche tipo di pittura – ai materiali pittorici più prossimi alla nostra cultura, dal Medioevo (e cos’è poi, il Medioevo?) a tutte le tecniche pittoriche recenti che dovrebbero conoscere. Quelle “dalla seconda rivoluzione industriale in poi”, come direbbe un libro di testo, e pazienza se stavolta dovrò lasciare da parte Perkin e la tintura, accontentandomi di Van Gogh folle per i nuovi colori. Fino alle bombolette di acrilico…  certo che nessuno di questi fanciulli ne faccia un uso poco responsabile.

E la chimica della contemporaneità, quella che permette di generare, riprodurre, fissare una immagine,  su pellicola o in digitale.
Con una parte sperimentale che, una volta di più, fa drizzare le antenne quando entrano in gioco le vecchie signore: la mia Canon F1 eponima, qualche cucciolo mansueto come la Canon Demi o aggressivo come una Perfekta in total black. Cromo, bakelite, acetato di cellulosa, poliestere… e di colpo la ressa quando si tratta di guardare nel vetro dalla Avus, per vedere il mondo capovolto in 9×12. Non abbiamo tempo per un set completo – anzi, grazie alla paziente collega  che ci ha consentito di “sforare” con i tempi! – ma se vedere uscire un negativo dalla tank è sempre magico per me, figurati per chi lo vede la prima volta, e magari deciderà che sarà solo la prima di tante.

La cosa bizzarra è che non abbiamo fatto nemmeno un selfie, anzi nessuno si è messo a documentare la lezione, e non è che ci mancasse l’hardware: ma abbiamo una foto del cortile di fronte, e in fondo anche Niepce aveva iniziato così. La comprimo un po’ o la vuoi a 600 megapixi? 😉

Tre idee riassuntive, forse:
– la chimica e l’arte sono due aspetti essenziali, complementari e spesso coincidenti del nostro essere umani
– il mondo è troppo più vasto di quel che si vede a scuola, ma la scuola può essere capace di allargare i tuoi orizzonti
– e già che ci siamo:  là fuori ci sono tantissime fotocamere splendidamente funzionanti, che non deperiscono in pochi anni come le costose digitali, che magari ti aspettano nell’armadio del nonno prima ancora di cercarle in rete. Che hanno visto storie grandi e piccole e che meritano di vivere ancora, per fotografare in modo creativo, moderno, economico.

Come direbbe Ollivander, spesso è la macchina che sceglie il fotografo: forza, ti sta cercando. Se è ormai chiaro che il 2017 è l’anno in cui la pellicola ritornò alla grande, tu che fai l’artista non sarai mica così indietro da usare ancora il digitale?

 

 

Come bere un bicchier d’acqua, dopo 15 anni.

Era cominciato quasi per caso. Nel 2001 insegnavo al Jean Monnet di Mariano Comense, dove ero tra i responsabili della sperimentazione in Chimica Ambientale (gran bella esperienza, ma non divaghiamo).
Avevamo avuto una attenzione speciale da Federchimica, che in diverse circostanze ci aveva già proposto come esempio di qualità.

Bicchier d'acqua 2016Il dott. Rossi, storico dirigente della struttura, un giorno mi manda a chiamare e mi chiede se, essendo un insegnante ed un divulgatore, fossi in grado di allestire uno spettacolo di tema chimico. O, insomma, qualcosa di meno ovvio della solita conferenza, per una attività di orientamento verso i ragazzi delle scuole medie, che mostravano sempre meno attenzione per gli Istituti Tecnici o per i Licei Scientifici Tecnologici (bella cosa anche quelli, pace all’anima loro, ma continuiamo a non divagare).

Solo che il tempo disponibile per idearlo, organizzarlo, provarlo e metterlo in scena era ridicolo: pochissimi giorni,  come dire “lo voglio per ieri”. Avuto l’ok del Preside, ho chiesto ai ragazzi se ci fosse qualche volontario per provare a metter su una specie di recita a soggetto – il massimo che si poteva pensare. Con i sei di quella prima “squadra”, basandomi sulle loro capacità espressive, ho allestito poche scenette, che alternavano piccole dimostrazioni in cui coinvolgere il pubblico, a dialoghi accompagnati da un PPT.

La trama, esilissima, prevedeva che io ed alcuni studenti fossimo stati apparentemente chiamati per parlare di chimica, dicendo che in fondo “è facile come bere un bicchier d’acqua, e c’è anche quando beviamo un bicchier d’acqua”. A questo punto un disturbatore si sarebbe alzato dal pubblico sostenendo che non poteva esser vero, e così gli altri studenti avrebbero cercato di convincerlo del contrario.

La scelta dei temi? quelli in cui avevo delle esperienze professionali e anche del materiale illustrativo già pronto (pare strano, ma in quell’epoca non era facile scaricare qualsiasi cosa dal web).
La chimica ambientale e la depurazione delle acque; le fibre, i tessuti ed il colore; la chimica per i beni culturali; gli imballaggi flessibili. Chiudevo cedendo il mio camice all’antagonista e dicendogli che era benvenuto nella famiglia dei chimici.

Bontà del pubblico e di molte persone qualificate che stavano in platea, un successo imprevisto. Al punto che nel giro di poco tempo eravamo stati chiamati a rappresentarlo in altre sedi, al Museo della Scienza e della Tecnologia, presso esposizioni divulgative, una volta persino al Broletto di Milano sulla scenografia del “Processo a Galileo” di Strehler, che era stata collocata per un’altra iniziativa (e sentivo dall’alto lo sguardo di Tino Buazzelli…). Il decennale per 2011IYC, e così via.

Al Monnet, e poi al Setificio, era in breve diventato un must anche per le giornate di orientamento interne (in scolastichese, open days).
Da allora siamo andati in scena decine e decine di volte, con un centinaio di attori diversi, pur con la difficoltà di spostare una squadra di ragazzi, impegnati con la scuola e solitamente minorenni.

Ho modificato gli episodi, inserendone, togliendone, cambiandone il tono. Alcune volte ho anche ceduto ad un altro il mio ruolo di capocomico.
Fedele ai vezzi teatrali, restano intangibili alcuni elementi rituali: la prima scena è sempre assegnata a una ragazza, meglio se con l’aria un po’ da maestrina; si chiude sempre con lo scambio del camice; io ho sempre il papillon, che annodo senza specchio (e senza rete) davanti al pubblico che entra in sala.
Sergio Palazzi, Come bere un bicchier d'acqua

Oggi 15.12.16, ancora in Assolombarda per Federchimica dopo 15 anni, ho ritirato fuori quello stesso papillon. Peccato che il colore della barba sia un po’ diverso, come mostra il fotogramma di un antico VHS…

Poi dovremmo parlare anche dello spettacolo e di perchè evidentemente continua ad essere appezzato, di comunicazione nella didattica e nella divulgazione, di come si potrebbe migliorarlo, eccetera.
O del mio ringraziamento a chi ancora continua a consentirmi di metterlo in scena (e penso soprattutto ad una persona).

Ma ci sarà tempo un’altra volta.DSC08604rifrif
Inchino e sipario: fra due giorni siamo di nuovo in scena al Setificio.

Il fotografo che si chiama come me

Bolzano, 1999

Ho iniziato a fotografare abbastanza assiduamente verso il 1980. Praticamente tutte le mie immagini da fine anni ’70 sono archiviate in ordine: qualcuno dice che le capacità di tenere in ordine qualcosa le ho esaurite lì.

Erano i tempi di notti intere in camera oscura con le bacinelle, la luce giallo-verde, che diventava rossa quando facevo le lith col bagno alla formaldeide. L’ingranditore era un polacco economico e robusto,  con brillanti ottiche bavaresi.
C’erano i fotoclub, le mostre, le discussioni tra canonisti, nikonisti o pentaxiani…

Quando ero studente e buttavo via un mucchio di tempo, la procedura era: sviluppi il negativo, fai i provini a contatto, li incolli su un cartoncino leggero con tutti i dati, e archivi insieme provino e negativo. Le dia, nei raccoglitori a carrello.
Stampare degli ingrandimenti è un altro discorso: ci vuole più tempo, non ti puoi accontentare di un risultato approssimativo, e il costo diventa importante.
Tanto, poi, ci possiamo sempre pensare.
Poi.
Il bianco e nero ed il Kodachrome sono eterni, no?
Poi.

Venezia, 1981
Venezia, 1981

Una volta tornato da militare, quasi chiuso con l’attività politica, era arrivato il momento in cui gli impegni si facevano più seri. Il tempo pieno in università per la tesi e, successivamente, per il lavoro di ricerca; una biondina con cui stava nascendo qualcosa di speciale, e che oltretutto non abitava proprio di fronte alla porta di casa.
Il lavoro in azienda, per un buon periodo facendo ogni giorno andata e ritorno dalla Montedison di Novara. Chimica dei reperti antichi: e i fogli di negativi andavano accumulandosi in archeologica stratigrafia, spesso non trovavo nemmeno il tempo di fare il provino: ci penserò, prima o poi le guarderò.

Finalmente sposato, col lavoro che mi assorbiva una dozzina di ore al giorno, per un certo periodo avevo quasi smesso di fotografare, e anche i fogli di negativi finivano ammucchiati in disordine, fino a quel ’98 in cui è nata Alice.

Lomazzo, 1983

L’anno in cui ho fotografato di meno in assoluto. Passare all’insegnamento ed alla professione mi aveva dato orari più flessibili, ma non certo più brevi ed in comprenso più caotici.
L’ingranditore ha pian piano smesso di lavorare e, da un certo giorno, mi sono limitato a pulirgli i vetri ogni tanto. Solo le tank non sono mai andate in congedo.

Nel frattempo il PC con Win 3.1 aveva lasciato spazio ad uno con Win 98 e, con quel che avevo risparmiato in pellicola, avevo comprato il primo scanner: un Nikon 35 mm su uscita SCSI.
Sia pur lentamente mi permetteva di star dietro non solo ai rullini nuovi ma anche al riordino di un po’ di materiale vecchio.

Milano, 1992. Adunata degli Alpini.

Fatto molto importante: mi permetteva per la prima volta di gestire in proprio anche negativi a colori e diapositive. L’ho sfruttato senza pietà finché, esausto, mi ha chiesto di riposarsi, e così sono passato all’Epson V700, che ancora oggi sta ronzando sornione qui di fianco.

Con un hw molto più elastico ed un sw che prima non immaginavo, potevo scandire in file più sostanziosi non solo il 35 mm ma anche quel poco di 120 che avevo fatto in precedenza, e magari formati più strani e bizzarri, incluso gli antichi 126 della mia prima Instamatic (che funziona ancora, ovviamente).
Pian piano ho ricominciato a pensarmi come fotografo, fino ad anni vicini in cui ho iniziato anche a darmi da fare  con un po’ di ferrivecchi che vanno oltre il 6×6.

E nonostante abbia kemia.it, parecchi scatti finiscono pigramente su Twitter o altrove, non qui.

Como, 1996. Papa-Boys per Giovanni Paolo II.

Il senso di questo discorso è che conosco piuttosto bene il mio fotografare dell’ultima dozzina di anni, mentre di quello precedente ho una conoscenza un po’ episodica, magari concentrata molto bene solo su alcuni momenti (come quelli che mi hanno convinto a raccogliere in quelle pochissime mostre o presentazioni per qualche pubblico).
Insomma: ho scattato svariate migliaia di fotografie che letteralmente non ho mai visto, e almeno altrettante che ho visto solo di sfuggita, comprese quelle di cui avevo solo sbirciato un approssimativo provino quando si trattava di sceglierle per il giornale… e le ultime in coda, per finire il rullino, erano a volte piuttosto intriganti.

Ogni tanto, visto che per fortuna di cose da fare ne ho diverse altre, apro a caso un raccoglitore e scandisco qualche pacchetto di fogli.
La logica SlowPhoto impone di lasciar sempre passare qualche tempo tra lo scatto e l’osservazione.
Settimane, mesi… decenni.
Molte di quelle di Baliverna 1983, per trent’anni, non avevo saputo che ci fossero, ed era stato il mio primo e più esteso reportage . Per non parlare di quelle del Muro di Berlino.

Roma, 1990.

Messaggeri che ti inseguono dal passato, mi bisbiglia Buzzati, e mi consiglia di pensare a come gestire meglio il tempo che resta e non quello che è stato.
Senza pensare a tutte quelle che mi dice Borges.

Ma mi incuriosisce sapere che c’era un fotografo che si chiamava come me, il cui lavoro è rimasto totalmente sconosciuto pure a lui stesso, e che ho il privilegio di poter esplorare in esclusiva.

A volte c’è persino qualcosa che mi piace.

E poi, mi ha lasciato tanto di quell’arretrato che mi ci vorranno anni per arrivare in fondo…

 

Le sei immagini sono inedite. Due lo erano anche per me.

Wabi-Sabi, forse?

Stavo andando a spasso per Milano con un giovane amico, lui al collo una Leica M6, io la mia Canon F1 –  l’antica compagna, da cui ho scelto il nickname su Twitter.
Troviamo una persona che di macchine se ne intende molto più di me. La guarda e mi fa i complimenti “per quanto è sverniciata. Non perchè ha fatto centomila scatti, ma perchè si vede che per quarant’anni siete invecchiati insieme”.DSC_0619rr
Beh, meno di trenta, penso, e già era un po’ vissuta quando l’ho presa. Ma capisco che parla seriamente e intuisco il senso delle sue parole.
Il signore, non lo avevo detto, è giapponese.

Non so quasi nulla di cultura ed estetica giapponese, ma mi viene in mente l’idea del wabi-sabi, l’ammirazione per le cose che mostrano delle imperfezioni ed il passaggio del tempo, come credo di leggere in questo saggio di Tadao Ando.

È probabilmente quello il primo motivo che mi fa continuare a preferire le foto fatte con qualche vecchia signora – come le abbiamo chiamate coi ragazzi del Setificio, rispetto alle digitali. E, tra l’altro, aver dovuto trovare il sistema di comunicare ai sedicenni esperienze che per me sono – senza enfasi – una vita, mi ha permesso in questi mesi di capire meglio un atteggiamento che oggi quel signore ha sintetizzato in poche parole (en passant: mai smettere di imparare dai propri studenti).

Non è per qualche moda alternativa, di giovanotti che magari ora ostentano lunghe barbe fulve – come quella che avevo quando iniziavo ad usare una reflex. Che sembrano cercare fotocamere a pellicola fatte di plastica colorata, con cui fare foto percettivamente brutte, quando io invece cerco vetri e metalli consumati con cui fare foto belle.

Poco prima avevamo visto insieme l’ultimo modello di cellulare, con doppia altisonante fotocamera. Uno spettacolo. Foto perfette. E persino meno caro di quel che credevo.
Eppure non penso di comprarlo, almeno a breve, e comunque non per fare le mie foto. Negli ultimi mesi ho invece comprato molte fotocamere vecchie: tutte vecchie più  di me;  qualcuna, più dei miei genitori. Scomode da usare, un po’ ridicole da vedere, l’essenza di quell’hashtag slowphoto che uso spesso: e non soltanto perché devi attendere il tempo sospeso dello sviluppo, della scansione, della stampa.
Le quali, a fianco di evocativi nomi tedeschi e delle magagne lasciate dal tempo, hanno tra l’altro in comune un prezzo ridicolmente irrisorio, incommensurabile con le loro prestazioni.

E allora mi viene in mente qualche altro vago ricordo di cultura giapponese – ritrovo una frase dell’antico monaco Kenko Yoshida:

i tuoi beni appaiano vecchi, non troppo elaborati; devono costare poco, ma essere di grande qualità

Ne avremmo anche noi, di riferimenti culturali che vanno da quelle parti lì. Direi che cercando tra Qohelet ed Epicuro, san Benedetto e Leopardi (per dire i primi che mi vengono in mente), idee simili se ne trovano.
Non ti dicono che devi amare il brutto: tutt’altro. Proprio il contrario, direi.
Devi amare, cercare, creare la bellezza nonostante l’apparenza e l’ostentazione.

Senza dimenticare che uno scatto digitale richiede cure mostruose per sopravvivere anche solo qualche lustro, mentre la pellicola è fatta per sopravvivere decenni e magari secoli… certo, forse con qualche segno del tempo, con qualche graffio e ombreggiatura.

Stamattina avevamo visitato anche un laboratorio di restauro.
Della patina, di Ruskin e di quelle cose lì ne parliamo un’altra volta. Ora spolvero la F1.

Il mio mondo in 28 mm e la catastrofe della Valtellina.

(riedito dalla prima versione di questo sito)

Il 17 e 18 luglio 1987 l’alluvione in Valtellina aveva raggiunto il suo acme. Nel giro di pochi giorni iniziarono a cadere altre importanti frane, dopo la prima di Tartano, che andarono a complicare ulteriormente i devastanti allagamenti, fino alla catastrofe di Sant’Antonio ed Aquilone. I soccorsi partirono in maniera abbastanza efficace con un’importante presenza di volontari.
L’Associazione Nazionale Alpini si segnalò anche in quest’occasione come una delle strutture più importanti nel gestire i soccorsi dopo una catastrofe. I volontari del gruppo di Lurate Caccivio, con aggregati alcuni alpini dei gruppi di Fino e di Lomazzo, vennero distaccati a Fusine, di fronte a Berbenno e Postalesio, quasi in fondo alla grande valle. Di qua il disastro, di là poco più di un grosso guaio.

Lì sono rimasto qualche giorno, dal 10 al 16 agosto.
Lo scopo principale era evidentemente spalare palta, spalare sassi, merda, per far sentire ai valtellinesi, che stavano facendo le stesse cose con quel che restava delle loro case, che non erano da soli. Non per completare un lavoro di recupero che avrebbe richiesto mesi o anni, ma per lasciare tante macchie di luce nel grigio, che fossero da stimolo per non mollare.

Per me, scopo accessorio, come sempre, era scattare qualche foto.
Attrezzatura ridotta al minimo: Canon FTb con 28 mm 2.8, uno zoom Komura 80-200 mm, un piccolo flash a slitta. Pochi rullini in bianco e nero. Relativamente pochi scatti – visti i miei standard anche di allora – presi nei momenti di libertà, o in qualche ora di salita in fuoristrada in val Madre e in valle di Tartano.

La FTb, che avevo comprato usata a fianco della mia prima AT1, era stata per circa cinque anni la mia terza mano per afferrare la realtà. Il mio modo di osservare il mondo, da qualche anno, era l’apertura angolare di un 28 mm. Non lo dico con enfasi, è solo una constatazione di un fatto.

L’ultima sera della nostra permanenza, in occasione del pranzo con sindaco ed autorità nel salone municipale, ho lasciato sul tavolo la FTb con montati il 28 e il flashino, per poi passare la serata all’esterno, fumando e discutendo dei casi della vita.

Uno dei commensali ha pensato di prelevare il tutto per suo ricordo: compreso il rullino già scattato, fotogrammi dedicati soprattutto al colore, alle persone, a quella anziana in nero che cercava di pulire dal fango la tomba dei suoi genitori.
Non sono capace di lanciare maledizioni, ma l’avermi privato di quel rullino, e della possibilità di documentare la processione di ringraziamento del giorno dopo – festa di San Rocco – a quel signore, di cui ho intuito l’identità, non l’ho perdonato. E non solo perché, se avessi potuto completare quel servizio, avrei avuto buone possibilità di venderlo a qualche rivista.

Nell’autunno dell’87 un circolo di fotoamatori organizzò, insieme all’Enel che aveva evidentemente vissuto l’alluvione con un’attenzione speciale, una mostra fotografica presso il salone comasco dell’azienda. Mi avevano chiesto di partecipare ed avevo esposto un certo numero di immagini, stampate all’argento e virate, come allora era normale (al solfuro e al selenio su baritata, se vogliamo essere pignoli). Non mi ricordo molto di quella mostra, dovevamo essere due autori; mi ricordo però che è stata l’ultima mostra di mie fotografie in uno spazio aperto al pubblico. Tant’è vero che quelle stampe sono ancora per la maggior parte in quelle cornici, mai più riutilizzate ed ormai macchiate dalla muffa.

Tempo dopo ho trovato d’occasione un 17 mm FD – uno dei più grandi obiettivi della storia – ed ho allargato ulteriormente il mio modo di osservare, montandolo per lo più su una F1, che mi avevano venduto come rottame e che da allora ha scattato ineccepibilmente forse trentamila volte. Non avevo più comprato un 28 mm; credo, stavolta, non per caso.

Ho continuato a scattare uno sproposito di immagini, quasi mai mostrandole in pubblico, anzi spesso limitandomi a sviluppare il negativo ma senza guardarle nemmeno io, con il caso estremo dei giorni di Berlino di cui ho raccontato in altra sede. Non so quanto abbia influito l’esperienza della Valtellina, su questa mia ritrosia che per qualcuno è quasi fobica.

Di quei pochi ma intensi giorni ricordo alcune persone, ormai in buona parte andate avanti: molti stupendi alpini, alcuni celebri secondo il mondo, altri no, che già sulla settantina avevano ritenuto necessario e naturale prender su cappello e badile e partire. Ricordo lo sguardo di una ragazza di Verona che mi è spiaciuto non rivedere; ricordo altri volti che se rivedessi non tratterei bene, pensando a quello scherzo.
Ricordo tutto sommato piuttosto poco dei valtellinesi.

Avevo capito, per la prima volta in presa assolutamente diretta, che cosa significhi una catastrofe ambientale e come l’azione dell’uomo possa moltiplicarne o meno gli effetti.
Avevo sentito nelle ossa (e nel fondoschiena), moltiplicato per mille, il panico che provai anni prima, scivolando in un torrente cementificato e venendo trasportato per decine di metri da nemmeno due dita d’acqua, prima di riuscire a ribaltarmi fuori; che è un modo concreto di capire cosa significhi “la forza che l’ha g’ha l’acqua”.

Ricordo che le case vecchie, messe in posizione più scomoda ma defilate ai lati del torrente, si erano più o meno abbondantemente allagate ma non avevano riportato danni devastanti, mentre le case e le aziende nuove, costruite in prossimità del torrente erano state frantumate, riempite, spazzate via.
Sarebbe bastato dare retta ai vecchi, che sapevano che ogni qualche decennio quella specie di pisciatoio si trasforma in un mostro, capace di trasportare massi di cento tonnellate: non è arcadismo o arcaismo, solo buon senso ed intelligenza nel progettare.
Tecnologia e statistica, se vogliamo.

In tempi recenti, discutendo di interventi per il risanamento e la manutenzione di piccoli corsi d’acqua, mi è capitato di pensare che chi ne parlava dicesse degli spropositi, sia su materie di cui qualcosa capisco (chimica, depurazione), sia su altre – come l’idraulica – di cui magari capisco un po’ meno, ma insomma non proprio nulla. Mi fanno notare che di fronte a quegli spropositi reagisco piuttosto male. Credo che la mia insofferenza derivi anche da quell’esperienza.
Non me ne frega niente se qualcuno giudica questo mio atteggiamento di oggi poco “politico”, nell’87 la mia lunga militanza politica si avvicinava già alla fine, ed il Ministro che era venuto a visitarci – poi diventato famoso per altri guai – ci muoveva al sorriso per la sua goffaggine.

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Ero tornato un po’ più spassionato e un po’ più disilluso, ma avevo capito con certezza almeno una cosa: con la barba sto molto meglio che con i baffoni da tricheco.

A settembre avevo ripreso il lavoro per la mia tesi di laurea in chimica, lasciando da parte gli aspetti ambientali che ho ripreso solo in seguito.

Non sono più tornato in Valtellina, salvo una volta di sfuggita per risalire lungo una laterale. Non ho nemmeno mai visto la grande frana di Sant’Antonio. Credo sia sostanzialmente solo un caso.

L’anno scorso in una vetrina ho visto una bella FTb con vicino un 28 mm, gemelli di quelli di allora; li ho comprati pensando che ad Alice potranno servire, se e quando vorrà capire cosa significhi fare clic.
Nel frattempo, li uso intensamente io, lasciando spesso a casa tutto il resto dell’armamentario, per forzarmi a riprendere il mio precedente modo di inquadrare – non è stato semplice ricominciare a usare il 28, che non è solo una via di mezzo tra il 17 e il 35.
Averlo ripreso mi aiuta anche a riguardare meglio le inquadrature di allora. Il tipo che le riprendeva aveva in comune con me il nome, alcune abitudini, la pipa ed il Negroni, ma inevitabilmente da alcuni punti di vista era un’altra persona, che vedeva il mondo diversamente e non solo per via del 28 mm o degli occhiale da presbite che dovrò presto cambiare.

Avevo riportato a casa 230 fotogrammi, in questo anniversario li ho scanditi e riguardati con attenzione per la prima volta da allora. Molte delle immagini che ho scelto oggi non erano quelle che avevo scelto per la mostra di allora.

Pochi mesi dopo aver ripreso a vedere il mondo in 28 mm ho aperto questo sito, in cui supero la ritrosia e l’accidia nel mostrare le mie immagini. Oggi, 18 luglio ’07 – Francesco direbbe “quasi come Dumas” – mi è venuta voglia anche di commentarle, e se mi è difficile commentare le immagini lo è anche di più commentare le emozioni, per cui non aggiungo altro.

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addenda marzo 2010. Una prima media mi segnala che hanno non solo guardato le foto, ma anche letto questo commento. Hanno notato due parolacce: eh già, ci sono. Qual è il senso? E’ che, per descrivere una cosa oscena, orrenda, straordinaria come questo scempio, o la rabbia e l’orgoglio di aver fatto una pur minima cosa per rimediarvi, non bastano le parole che si usano normalmente. Si possono, forse si devono usare proprio quelle che normalmente non si usano per le cose ordinarie. Perchè la differenza si deve vedere. Bravi, ragazzi, grazie a voi e alla vostra insegnante.