Archivi categoria: conservazione e restauro

5 scatti con l’Instamatic 500

Versione adattata da quella pubblicata qui sul sito 35mmc.com

my Kodak Instamatic 500

In un precedente post, ripreso qui su queste pagine, non avevo indicato che in realtà la mia prima macchina fotografica personale è la Kodak Instamatic 155x che papà mi aveva portato durante una colonia estiva nel 1972. Dopo sei anni di foto a scuola e/o in vacanza, avevo debuttato nel mondo Canon FD, ma a volte insistevo con il formato 126, quando i rullini erano ancora disponibili, così naif nel loro grazioso formato quadrato. Saggiamente, avevo cercato di salvare un paio di cartucce per eventualmente ricaricarle, ma poi  non ho mai deciso di passare ai fatti, e la 155x è ancora là che aspetta su uno scaffale.

Lo scorso aprile, alla fine di una breve ricaduta di G.A.S., ho visto una Instamatic 500 praticamente perfetta, con un limpido Schneider Xenar 38/2.8 collassabile montato Compur, un affidabile esposimetro al selenio, e persino una graziosa custodia con rinforzi cromati. Non ho potuto resistere e ho dovuto investire 15€ in un massiccio e quasi inutilizzabile gioiello nato nel 1965.

Original case for Kodak Instamatic 500

Così ho speso altri spiccioli per un 126 sigillato, un llfocolor HR 100 scaduto nel 1987 e probabilmente mal conservato. Anziché semplicemente aprire il guscio sotto una comoda luce, buttando via la pellicola, ho deciso di usarla a 25 ISO il giorno in cui è passato di qui il Giro d’Italia.

Dopodiché, l’ho sviluppata in C41 (rischiando le mie dita nel buio, con un fidato coltellino). È uscito un nero verdastro con qualche ombra colorata appena percettibile. Un po’ spiaciuto, avendo altro da fare, ho piantato lì sia la pellicola sia l’esoscheletro.

Una volta in vacanza, ho provato a puntare sull’esperienza della ricarica. Ho avvolto una striscia di FP4+ per usarla a 200. La 500 ha qualche irregolare problema nell’avanzamento (ho un paio di idee su come sistemarlo), ma mostra dei risultati veramente buoni, anche sui fotogrammi “mangiati”. Quest’obiettivo croccante merita i colori vivaci di una pellicola fresca.

I negativi parzialmente sbucherellati non mi spiacciono, e spero che presto le Sorelle Quadrate possano ritornare in circolazione.

Overlapped on both sides, but metering and lens are very good

Properly spaced yawning InstaCat

E il vecchio negativo? ho chiesto un miracolo, ostentando le strisce allo Spirito Silverfastico del Potente V700, e il miracolo è arrivato. Butterato, sporco e stinto – ma leggibile!

Many people could be looking for these kinds of distortions?

Giro d’Italia – even a panning effect 😉

A Nicephoresque sunset from my window

 

 

 

Un blow up su una generazione

Tra i regali di Natale ne ho trovato uno che mi ha sorpreso e un po’ spiazzato, il recente volume della Contrasto “Io sono il fotografo” che racconta in tutti i dettagli la genesi di Blow Up di Antonioni, partendo dal racconto di Cortazar cui era molto vagamente ispirato. E che, al di là della trama esile del film, è un autentico trattato sul ruolo sociale della fotografia nel momento in cui nasceva il mondo visivo in cui siamo ancora immersi, prima che gli scatti spolpati e parossistici dei cellulari costruissero un nuovo modo di confrontarsi con la realtà attraverso le immagini, che forse capiremo meglio fra un po’ di tempo.

L’ho letto di un fiato, ritornando su diversi particolari, pur non avendo a portata di mano il film con cui andarmi a confrontare per una lettura più analitica. Davvero un volume notevole – complimenti a chi lo ha concepito e compilato – che mi pare spieghi meglio di tanti altri cosa sia stata la fotografia, nel bene e nel male, nel formare la percezione della realtà di noi nati e cresciuti lungo un ben preciso arco di decenni.
Nel momento in cui la macchina fotografica smetteva di essere elitaria e professionale ma costruiva una parte della realtà comune un po’ per tutti, assai più di quanto lo fosse ancora nei trent’anni in cui diventava qualcosa di “democratico” e non professionale – quelli centrati a cavallo della seconda guerra mondiale.
Materiali, tecniche e sensibilità che davano ad ognuno la possibilità di essere fotografo delle vacanze o cronista dei propri tempi, anche al di fuori del più impegnato ambito del reportage da teatri drammatici. Per dire, la fotografia che su Epoca riempiva le pagine tutt’intorno a quelle che pubblicavano i servizi più consapevoli e “deliberati”.  Quella che si sarebbe evoluta (o involuta?) verso le Polaroid e le Instamatic.
Dove restavano un po’ irrisolte le diverse funzioni dell’immagine fotografica, anche perché lo stesso professionista poteva muoversi su terreni sensibilmente diversi, da quello di documentazione e di denuncia a quello più rassicurante, commerciale, glamour, in cui impugnare una fotocamera ti dava un’aura invidiabile anche per l’appeal del mondo a cui potevi sognare di affacciarti (è tutt’altro che un caso che la Valentina di Crepax sia una fotografa).

Anche Thomas, il personaggio di David Hemmings, è un giovane rampante della fotografia di moda nella Londra degli anni ruggenti, ma dedica dello spazio al reportage sociale. Antonioni si appoggia fortemente nientemeno che su Don McCullin: è proprio lui che materialmente scatta le riprese un po’ sgranate intorno a cui è costruito il film e sue le foto suburbane in esposizione, anche se resta in sospeso  – ed oggi suona così datato – il discorso moraleggiante, tenendo presente quanto sono diversi i mondi cui cerca di riferirsi.
A dirla tutta, Antonioni come narratore di storie non mi entusiasma, non mi prende il milieu ideologico di cui era uno dei fari, che poi si sarebbe chiamato radical chic e che già era irriso dal primissimo Guccini.
Ma come fotografo, ragazzi! Un occhio favoloso, la capacità di scegliere collaboratori di prim’ordine, inquadrature e tagli sempre esattamente calcolati. Si vedeva che si era formato negli anni del massimo splendore di quel bianco e nero che ancora resisteva all’attacco del colore.
Nel volume c’è anche un’intervista commentata a Brian Duffy, Terence Donovan e David Bailey, del ’64, che servì ad Antonioni come ispirazione per un minuzioso studio di quali fossero i pensieri, le abitudini e i vizi dei protagonisti della Swinging London. I tre giovani leoni che avrebbero costruito l’immagine della moda ma anche della musica inglese. Circa coetanei di McCullin, destinato a sentieri terribili; poco più giovani di Newton, Penn ed Avedon, che invidiavano e volevano superare; poco più vecchi di Leibovitz o Mapplethorpe che avrebbero inventato linguaggi ulteriormente innovativi.

La cosa che però mi ha colpito è che a regalarmi questo libro sia stata proprio Anna.

Lei è infatti della  generazione di quei fotografi – ha esattamente l’età di Lotti ed Hockney, tanto per dire. Leggendolo non potevo non pensare che anche lei, parallelamente, è cresciuta in quell’epoca in cui ogni giovane di un contesto urbano occidentale iniziava a trovar normale l’uso della fotografia come strumento espressivo per documentare la propria vita, e che pure lei l’ha sempre praticata un po’ di sponda, senza tirarsela con pose da artista.

Anna ha avuto un marito appassionato di fotografia, nitido e preciso anche se un po’ calligrafico, mentre lei dietro l’obiettivo è sempre stata un po’ più sghemba e fantasiosa; se vi si fosse dedicata con regolarità e metodo avrebbe avuto uno sguardo molto interessante. Certo, per una ragazza italiana tra i ’50 e i ’60, che la fotografia potesse essere più che un hobby era piuttosto improbabile.
Restava una cosa domestica, che riempiva prima gli album rilegati, con immagini a volte distaccate, a volte preziose per documentare un’epoca passata; poi, i raccoglitori più semplici stipati di foto delle vacanze.
Eppure, anche da quelle sue immagini saltano fuori delle inquadrature notevoli, che (prescindendo del tutto dalle sovrastrutture critiche alla base di questo libro) mostrano consapevolezza dello scatto.
E mi spiace che da quando si è scassata la sua Nikon compatta adesso lei fotografi soprattutto col cellulare.
Il quale oltretutto ha un angolo di visuale troppo largo rispetto a quelli cui era abituata, un taglio che semmai si presta di più alle immagini da globe-trotter che raccoglie sua figlia.
La quale fa parte di quella generazione degli anni ’60 che dai genitori ha imparato a guardare attraverso un obiettivo.

Qualcuno di loro ha finito per restarne intossicato, come me.

Perché, ovviamente, Anna è mia mamma.

(rivisto il 22.12.19)

Come bere un bicchier d’acqua, 18^ edizione

I bimbi crescono, la mamme imbiancano (anche la barba del prof) ma il Bicchier d’acqua va avanti imperterrito, grazie a Federchimica che lo ha voluto tanti anni fa e continua a volerlo per l’Orientagiovani in Assolombarda.

Quest’anno abbiamo avuto la fortuna di ricevere subito il montaggio video ad alta risoluzione (grazie!) e così ne ricavo alcune foto. Col solito limite che i minori non possono essere riconoscibili etc. etc., e quindi non posso mostrare una delle mie migliori protagoniste di sempre e la più giovane in assoluto, la sorprendente Elisa di 1M2 .

La traccia si mantiene come sempre simile a sé stessa ma continuamente adeguata e modificata (dicono che succeda così, agli organismi viventi).
Stavolta, in previsione di 2019IYPT, abbiamo spostato gli accenti sula tavola periodica, ma anche sul 150° del Setificio e sulle polemiche contro la plastica.

Inserisco pochi scatti così per gradire:

Alessandro spiega i danni ai monumenti delle piogge acide, ma poi si impappina sull’Eyjafjallajökull.

L’immancabile lancio delle caramelle (e chissà come mi era venuta l’idea, la prima volta)

In omaggio alle diverse scuole medie, la nostra tavola periodica aggiornata alle ultime indicazioni IUPAC, disegnata da noi e stampata nei nostri laboratori, in transfer a sublimazione su PET. L’avremmo data a tutte le centinaia di ragazzi intervenuti, ma diventava un problema stamparle a mano una ad una…

Ovviamente non eravamo soli sul palco: dopo di noi, sono arrivati gli amici del Molinari di Milano, come sempre con uno show impostato su esperimenti spettacolari.

Ma questo lo racconteremo un’altra volta.

Per le foto ringrazio il servizio tecnico di Assolombarda

Zeiss Ikonta B 522/24 – per qualche scatto in più

Questo articolo, che traduco qui in mirror dall’originale inglese, è il mio primo contributo ospitato da 35mmc, un ben noto blog dedicato principalmente alla fotografia analogica, nella serie “5 frames with…”. Esce con un po’ di ritardo per disguidi vacanzieri.


La prima macchina fotografica che ho frequentato da vicino era la Zeiss Ikon Contina Ic di papà. Cromature molto cool fine anni ’50 , rigida senza soffietto, un grande mirino, completamente manuale. Ancora oggi funziona molto bene: ma era scomoda e fuori moda quando lei ed io eravamo ormai maggiorenni.

La mia prima vera macchina fotografica è stata la Canon AT1, e così ho cominciato ad usare praticamente solo il sistema FD.

In anni più recenti sono stato colpito da una intensa G.A.S. e mi son messo a cercare soprattutto oggetti Zeiss, incluso un colpo di fulmine per le Ercona, le repliche DDR migliorate della Ikonta 521/2, gigantesche ma tascabili.

Stavo però sempre cercando qualcosa di veramente compatto, più “meccanico” della Minox 35 (e più economico della Rollei 35), ed oggi una fotocamera pieghevole è qualcosa da mostrare in giro, non più da nascondere in cantina.
Così, dopo più di cinquant’anni e cinquanta macchine, ho incontrato la sorella maggiore della Contina, la Ikonta B 522/24, ultima e più piccola della sua casata: il cerchio si è chiuso ed è un nuovo amore.

Ikonta B 522/24, aka Ikonta 35 mm

Nelle immagini si possono vedere le dimensioni, a confronto con altre cosette piccine – o quella cicciona di zia Ercona, che ha lo stesso ingombro della 524/2 (a telemetro) di Oliver Clarke.

Perchè me gusta questa cucciola?
Primo, una bellezza pura. A mio modesto parere, una delle macchine più eleganti che si siano mai viste.
Un piacere anche solo guardarla, o portarla a spasso come un gioiello d’epoca.

Poi, è piccola, compatta, affidabile, con un luminoso  Opton Tessar 45/2.8 (anche se forse non il miglior Tessar che abbia usato).
Con un una cinghia al polso, comoda per la foto di strada e di sorpresa, anche senza inquadrare.

D’altra parte, inquadrare attraverso un mirino minuscolo può essere un problema, con gli occhiali (a volte i multifocali sono un problema anche con le reflex!). Facile esagerare la parallasse e tagliar via dei dettagli.

E, tra gli altri particolari curiosi (indovina dov’è l’attacco del cavalletto da 1/4?), il più strano è forse che è una “24×37” mm: cioè, guadagnando un filo sui panorami, hai dei problemi con le buste d’archivio e le montature dello scanner.

Ma si sa, la Zeiss Ikon non amava le cose semplici…

E qui qualche esempio di come se la cava:

  • Un contrasto croccante sui panorami e sulle architetture
    … ma occhio al mini-mirino!

  • Silenziosa e discreta per passare inosservato

  • Nonostante la presa insolita, permette scatti rapidi

  • Chiara e luminosa nelle scene scure

  • Facile da tenere nella borsa da ufficio, per averla quando serve

  • 1/500s da un veicolo in corsa – niente male.

Questa traduzione è un mirror con minimi adattamenti da https://www.35mmc.com

7 days, 7 black and white photos of your life

Sono troppo antisociale per tutto, figuriamoci partecipare a catene su web.

Ma stavolta mi aveva provocato un giovane e grande comunicatore scientifico (@SellaTheChemist) per cui non mi potevo tirare indietro. 

Lo schema era “7 days, 7 black and white photos of your life. No humans, no explanations. Challenge someone new every day.”.

L’ho interpretato così, e ovviamente niente spiegazioni nemmeno sulle motivazioni un po’ criptiche della scelta (però lascio aperta la casella dei commenti).
Non cito i sette che ho citato io, un po’ di pràivasi, no?

Day 1

Day 2

Day 3

Day 4

Day 5

Day 6

Day 7

Valtellina, trent’anni

Trent’anni fa luglio era stato decisamente piovoso.

Stava iniziando a piovere molto anche in Valtellina. Nel giro di pochi giorni, un’alluvione tremenda, devastazione, morti.

Un po’ di tempo dopo ero stato lassù, con pala e stivali – che ho riportato indietro – e macchina fotografica – che uno del luogo si è tenuto per ricordo.

Ne ho scritto vent’anni fa, in una pagina che si era persa quando ho rifatto il sito e che ripubblico.

La galleria di fotografie, che era qui virtualmente da allora, probabilmente verrà riproposta a fine estate a Lomazzo, come manifestazione collaterale al 60° del locale gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini.

 

 

 

 

(Ah: neanche in questi ulteriori dieci anni sono più tornato in Valtellina. Magari, forse…)

SelfieChemistry & Fausto Melotti

Una bella tappa di SelfieChemistry – Foto|chimica alla sede lomazzese del Liceo Fausto Melotti di Cantù. Intanto perché mi fa sempre piacere passarci, sono millanta anni da quando ci insegnavo ed è già un po’ da quando ho visto chiudere la tradizione del glorioso Istituto d’Arte. Poi, perché la sfida è quella di far capire l’importanza della scienza della materia a chi non la incontra più – come era un tempo – tra le materie caratterizzanti del proprio percorso, mentre la chemofobia non si arresta.

Una quinta, abbastanza numerosa: sguardi perplessi o diffidenti di fronte all’idea che per due ore avrebbero sentito parlare di chimica. Addirittura, di cosa c’entra la chimica con la storia degli ultimi secoli, quella che magari ti chiedono all’esame. Ma, forse più che in altri momenti, vedo parecchio interesse che si risveglia. Chimica e storia accompagnati da casi concreti, dalla nascita simultanea della chimica e dell’arte – quando  un ominide per la prima volta preparò consapevolmente un qualche tipo di pittura – ai materiali pittorici più prossimi alla nostra cultura, dal Medioevo (e cos’è poi, il Medioevo?) a tutte le tecniche pittoriche recenti che dovrebbero conoscere. Quelle “dalla seconda rivoluzione industriale in poi”, come direbbe un libro di testo, e pazienza se stavolta dovrò lasciare da parte Perkin e la tintura, accontentandomi di Van Gogh folle per i nuovi colori. Fino alle bombolette di acrilico…  certo che nessuno di questi fanciulli ne faccia un uso poco responsabile.

E la chimica della contemporaneità, quella che permette di generare, riprodurre, fissare una immagine,  su pellicola o in digitale.
Con una parte sperimentale che, una volta di più, fa drizzare le antenne quando entrano in gioco le vecchie signore: la mia Canon F1 eponima, qualche cucciolo mansueto come la Canon Demi o aggressivo come una Perfekta in total black. Cromo, bakelite, acetato di cellulosa, poliestere… e di colpo la ressa quando si tratta di guardare nel vetro dalla Avus, per vedere il mondo capovolto in 9×12. Non abbiamo tempo per un set completo – anzi, grazie alla paziente collega  che ci ha consentito di “sforare” con i tempi! – ma se vedere uscire un negativo dalla tank è sempre magico per me, figurati per chi lo vede la prima volta, e magari deciderà che sarà solo la prima di tante.

La cosa bizzarra è che non abbiamo fatto nemmeno un selfie, anzi nessuno si è messo a documentare la lezione, e non è che ci mancasse l’hardware: ma abbiamo una foto del cortile di fronte, e in fondo anche Niepce aveva iniziato così. La comprimo un po’ o la vuoi a 600 megapixi? 😉

Tre idee riassuntive, forse:
– la chimica e l’arte sono due aspetti essenziali, complementari e spesso coincidenti del nostro essere umani
– il mondo è troppo più vasto di quel che si vede a scuola, ma la scuola può essere capace di allargare i tuoi orizzonti
– e già che ci siamo:  là fuori ci sono tantissime fotocamere splendidamente funzionanti, che non deperiscono in pochi anni come le costose digitali, che magari ti aspettano nell’armadio del nonno prima ancora di cercarle in rete. Che hanno visto storie grandi e piccole e che meritano di vivere ancora, per fotografare in modo creativo, moderno, economico.

Come direbbe Ollivander, spesso è la macchina che sceglie il fotografo: forza, ti sta cercando. Se è ormai chiaro che il 2017 è l’anno in cui la pellicola ritornò alla grande, tu che fai l’artista non sarai mica così indietro da usare ancora il digitale?

 

 

Come bere un bicchier d’acqua, dopo 15 anni.

Era cominciato quasi per caso. Nel 2001 insegnavo al Jean Monnet di Mariano Comense, dove ero tra i responsabili della sperimentazione in Chimica Ambientale (gran bella esperienza, ma non divaghiamo).
Avevamo avuto una attenzione speciale da Federchimica, che in diverse circostanze ci aveva già proposto come esempio di qualità.

Bicchier d'acqua 2016Il dott. Rossi, storico dirigente della struttura, un giorno mi manda a chiamare e mi chiede se, essendo un insegnante ed un divulgatore, fossi in grado di allestire uno spettacolo di tema chimico. O, insomma, qualcosa di meno ovvio della solita conferenza, per una attività di orientamento verso i ragazzi delle scuole medie, che mostravano sempre meno attenzione per gli Istituti Tecnici o per i Licei Scientifici Tecnologici (bella cosa anche quelli, pace all’anima loro, ma continuiamo a non divagare).

Solo che il tempo disponibile per idearlo, organizzarlo, provarlo e metterlo in scena era ridicolo: pochissimi giorni,  come dire “lo voglio per ieri”. Avuto l’ok del Preside, ho chiesto ai ragazzi se ci fosse qualche volontario per provare a metter su una specie di recita a soggetto – il massimo che si poteva pensare. Con i sei di quella prima “squadra”, basandomi sulle loro capacità espressive, ho allestito poche scenette, che alternavano piccole dimostrazioni in cui coinvolgere il pubblico, a dialoghi accompagnati da un PPT.

La trama, esilissima, prevedeva che io ed alcuni studenti fossimo stati apparentemente chiamati per parlare di chimica, dicendo che in fondo “è facile come bere un bicchier d’acqua, e c’è anche quando beviamo un bicchier d’acqua”. A questo punto un disturbatore si sarebbe alzato dal pubblico sostenendo che non poteva esser vero, e così gli altri studenti avrebbero cercato di convincerlo del contrario.

La scelta dei temi? quelli in cui avevo delle esperienze professionali e anche del materiale illustrativo già pronto (pare strano, ma in quell’epoca non era facile scaricare qualsiasi cosa dal web).
La chimica ambientale e la depurazione delle acque; le fibre, i tessuti ed il colore; la chimica per i beni culturali; gli imballaggi flessibili. Chiudevo cedendo il mio camice all’antagonista e dicendogli che era benvenuto nella famiglia dei chimici.

Bontà del pubblico e di molte persone qualificate che stavano in platea, un successo imprevisto. Al punto che nel giro di poco tempo eravamo stati chiamati a rappresentarlo in altre sedi, al Museo della Scienza e della Tecnologia, presso esposizioni divulgative, una volta persino al Broletto di Milano sulla scenografia del “Processo a Galileo” di Strehler, che era stata collocata per un’altra iniziativa (e sentivo dall’alto lo sguardo di Tino Buazzelli…). Il decennale per 2011IYC, e così via.

Al Monnet, e poi al Setificio, era in breve diventato un must anche per le giornate di orientamento interne (in scolastichese, open days).
Da allora siamo andati in scena decine e decine di volte, con un centinaio di attori diversi, pur con la difficoltà di spostare una squadra di ragazzi, impegnati con la scuola e solitamente minorenni.

Ho modificato gli episodi, inserendone, togliendone, cambiandone il tono. Alcune volte ho anche ceduto ad un altro il mio ruolo di capocomico.
Fedele ai vezzi teatrali, restano intangibili alcuni elementi rituali: la prima scena è sempre assegnata a una ragazza, meglio se con l’aria un po’ da maestrina; si chiude sempre con lo scambio del camice; io ho sempre il papillon, che annodo senza specchio (e senza rete) davanti al pubblico che entra in sala.
Sergio Palazzi, Come bere un bicchier d'acqua

Oggi 15.12.16, ancora in Assolombarda per Federchimica dopo 15 anni, ho ritirato fuori quello stesso papillon. Peccato che il colore della barba sia un po’ diverso, come mostra il fotogramma di un antico VHS…

Poi dovremmo parlare anche dello spettacolo e di perchè evidentemente continua ad essere appezzato, di comunicazione nella didattica e nella divulgazione, di come si potrebbe migliorarlo, eccetera.
O del mio ringraziamento a chi ancora continua a consentirmi di metterlo in scena (e penso soprattutto ad una persona).

Ma ci sarà tempo un’altra volta.DSC08604rifrif
Inchino e sipario: fra due giorni siamo di nuovo in scena al Setificio.

Il fotografo che si chiama come me

Bolzano, 1999

Ho iniziato a fotografare abbastanza assiduamente verso il 1980. Praticamente tutte le mie immagini da fine anni ’70 sono archiviate in ordine: qualcuno dice che le capacità di tenere in ordine qualcosa le ho esaurite lì.

Erano i tempi di notti intere in camera oscura con le bacinelle, la luce giallo-verde, che diventava rossa quando facevo le lith col bagno alla formaldeide. L’ingranditore era un polacco economico e robusto,  con brillanti ottiche bavaresi.
C’erano i fotoclub, le mostre, le discussioni tra canonisti, nikonisti o pentaxiani…

Quando ero studente e buttavo via un mucchio di tempo, la procedura era: sviluppi il negativo, fai i provini a contatto, li incolli su un cartoncino leggero con tutti i dati, e archivi insieme provino e negativo. Le dia, nei raccoglitori a carrello.
Stampare degli ingrandimenti è un altro discorso: ci vuole più tempo, non ti puoi accontentare di un risultato approssimativo, e il costo diventa importante.
Tanto, poi, ci possiamo sempre pensare.
Poi.
Il bianco e nero ed il Kodachrome sono eterni, no?
Poi.

Venezia, 1981
Venezia, 1981

Una volta tornato da militare, quasi chiuso con l’attività politica, era arrivato il momento in cui gli impegni si facevano più seri. Il tempo pieno in università per la tesi e, successivamente, per il lavoro di ricerca; una biondina con cui stava nascendo qualcosa di speciale, e che oltretutto non abitava proprio di fronte alla porta di casa.
Il lavoro in azienda, per un buon periodo facendo ogni giorno andata e ritorno dalla Montedison di Novara. Chimica dei reperti antichi: e i fogli di negativi andavano accumulandosi in archeologica stratigrafia, spesso non trovavo nemmeno il tempo di fare il provino: ci penserò, prima o poi le guarderò.

Finalmente sposato, col lavoro che mi assorbiva una dozzina di ore al giorno, per un certo periodo avevo quasi smesso di fotografare, e anche i fogli di negativi finivano ammucchiati in disordine, fino a quel ’98 in cui è nata Alice.

Lomazzo, 1983

L’anno in cui ho fotografato di meno in assoluto. Passare all’insegnamento ed alla professione mi aveva dato orari più flessibili, ma non certo più brevi ed in comprenso più caotici.
L’ingranditore ha pian piano smesso di lavorare e, da un certo giorno, mi sono limitato a pulirgli i vetri ogni tanto. Solo le tank non sono mai andate in congedo.

Nel frattempo il PC con Win 3.1 aveva lasciato spazio ad uno con Win 98 e, con quel che avevo risparmiato in pellicola, avevo comprato il primo scanner: un Nikon 35 mm su uscita SCSI.
Sia pur lentamente mi permetteva di star dietro non solo ai rullini nuovi ma anche al riordino di un po’ di materiale vecchio.

Milano, 1992. Adunata degli Alpini.

Fatto molto importante: mi permetteva per la prima volta di gestire in proprio anche negativi a colori e diapositive. L’ho sfruttato senza pietà finché, esausto, mi ha chiesto di riposarsi, e così sono passato all’Epson V700, che ancora oggi sta ronzando sornione qui di fianco.

Con un hw molto più elastico ed un sw che prima non immaginavo, potevo scandire in file più sostanziosi non solo il 35 mm ma anche quel poco di 120 che avevo fatto in precedenza, e magari formati più strani e bizzarri, incluso gli antichi 126 della mia prima Instamatic (che funziona ancora, ovviamente).
Pian piano ho ricominciato a pensarmi come fotografo, fino ad anni vicini in cui ho iniziato anche a darmi da fare  con un po’ di ferrivecchi che vanno oltre il 6×6.

E nonostante abbia kemia.it, parecchi scatti finiscono pigramente su Twitter o altrove, non qui.

Como, 1996. Papa-Boys per Giovanni Paolo II.

Il senso di questo discorso è che conosco piuttosto bene il mio fotografare dell’ultima dozzina di anni, mentre di quello precedente ho una conoscenza un po’ episodica, magari concentrata molto bene solo su alcuni momenti (come quelli che mi hanno convinto a raccogliere in quelle pochissime mostre o presentazioni per qualche pubblico).
Insomma: ho scattato svariate migliaia di fotografie che letteralmente non ho mai visto, e almeno altrettante che ho visto solo di sfuggita, comprese quelle di cui avevo solo sbirciato un approssimativo provino quando si trattava di sceglierle per il giornale… e le ultime in coda, per finire il rullino, erano a volte piuttosto intriganti.

Ogni tanto, visto che per fortuna di cose da fare ne ho diverse altre, apro a caso un raccoglitore e scandisco qualche pacchetto di fogli.
La logica SlowPhoto impone di lasciar sempre passare qualche tempo tra lo scatto e l’osservazione.
Settimane, mesi… decenni.
Molte di quelle di Baliverna 1983, per trent’anni, non avevo saputo che ci fossero, ed era stato il mio primo e più esteso reportage . Per non parlare di quelle del Muro di Berlino.

Roma, 1990.

Messaggeri che ti inseguono dal passato, mi bisbiglia Buzzati, e mi consiglia di pensare a come gestire meglio il tempo che resta e non quello che è stato.
Senza pensare a tutte quelle che mi dice Borges.

Ma mi incuriosisce sapere che c’era un fotografo che si chiamava come me, il cui lavoro è rimasto totalmente sconosciuto pure a lui stesso, e che ho il privilegio di poter esplorare in esclusiva.

A volte c’è persino qualcosa che mi piace.

E poi, mi ha lasciato tanto di quell’arretrato che mi ci vorranno anni per arrivare in fondo…

 

Le sei immagini sono inedite. Due lo erano anche per me.

Wabi-Sabi, forse?

Stavo andando a spasso per Milano con un giovane amico, lui al collo una Leica M6, io la mia Canon F1 –  l’antica compagna, da cui ho scelto il nickname su Twitter.
Troviamo una persona che di macchine se ne intende molto più di me. La guarda e mi fa i complimenti “per quanto è sverniciata. Non perchè ha fatto centomila scatti, ma perchè si vede che per quarant’anni siete invecchiati insieme”.DSC_0619rr
Beh, meno di trenta, penso, e già era un po’ vissuta quando l’ho presa. Ma capisco che parla seriamente e intuisco il senso delle sue parole.
Il signore, non lo avevo detto, è giapponese.

Non so quasi nulla di cultura ed estetica giapponese, ma mi viene in mente l’idea del wabi-sabi, l’ammirazione per le cose che mostrano delle imperfezioni ed il passaggio del tempo, come credo di leggere in questo saggio di Tadao Ando.

È probabilmente quello il primo motivo che mi fa continuare a preferire le foto fatte con qualche vecchia signora – come le abbiamo chiamate coi ragazzi del Setificio, rispetto alle digitali. E, tra l’altro, aver dovuto trovare il sistema di comunicare ai sedicenni esperienze che per me sono – senza enfasi – una vita, mi ha permesso in questi mesi di capire meglio un atteggiamento che oggi quel signore ha sintetizzato in poche parole (en passant: mai smettere di imparare dai propri studenti).

Non è per qualche moda alternativa, di giovanotti che magari ora ostentano lunghe barbe fulve – come quella che avevo quando iniziavo ad usare una reflex. Che sembrano cercare fotocamere a pellicola fatte di plastica colorata, con cui fare foto percettivamente brutte, quando io invece cerco vetri e metalli consumati con cui fare foto belle.

Poco prima avevamo visto insieme l’ultimo modello di cellulare, con doppia altisonante fotocamera. Uno spettacolo. Foto perfette. E persino meno caro di quel che credevo.
Eppure non penso di comprarlo, almeno a breve, e comunque non per fare le mie foto. Negli ultimi mesi ho invece comprato molte fotocamere vecchie: tutte vecchie più  di me;  qualcuna, più dei miei genitori. Scomode da usare, un po’ ridicole da vedere, l’essenza di quell’hashtag slowphoto che uso spesso: e non soltanto perché devi attendere il tempo sospeso dello sviluppo, della scansione, della stampa.
Le quali, a fianco di evocativi nomi tedeschi e delle magagne lasciate dal tempo, hanno tra l’altro in comune un prezzo ridicolmente irrisorio, incommensurabile con le loro prestazioni.

E allora mi viene in mente qualche altro vago ricordo di cultura giapponese – ritrovo una frase dell’antico monaco Kenko Yoshida:

i tuoi beni appaiano vecchi, non troppo elaborati; devono costare poco, ma essere di grande qualità

Ne avremmo anche noi, di riferimenti culturali che vanno da quelle parti lì. Direi che cercando tra Qohelet ed Epicuro, san Benedetto e Leopardi (per dire i primi che mi vengono in mente), idee simili se ne trovano.
Non ti dicono che devi amare il brutto: tutt’altro. Proprio il contrario, direi.
Devi amare, cercare, creare la bellezza nonostante l’apparenza e l’ostentazione.

Senza dimenticare che uno scatto digitale richiede cure mostruose per sopravvivere anche solo qualche lustro, mentre la pellicola è fatta per sopravvivere decenni e magari secoli… certo, forse con qualche segno del tempo, con qualche graffio e ombreggiatura.

Stamattina avevamo visitato anche un laboratorio di restauro.
Della patina, di Ruskin e di quelle cose lì ne parliamo un’altra volta. Ora spolvero la F1.