Il fotografo che si chiama come me

Bolzano, 1999

Ho iniziato a fotografare abbastanza assiduamente verso il 1980. Praticamente tutte le mie immagini da fine anni ’70 sono archiviate in ordine: qualcuno dice che le capacità di tenere in ordine qualcosa le ho esaurite lì.

Erano i tempi di notti intere in camera oscura con le bacinelle, la luce giallo-verde, che diventava rossa quando facevo le lith col bagno alla formaldeide. L’ingranditore era un polacco economico e robusto,  con brillanti ottiche bavaresi.
C’erano i fotoclub, le mostre, le discussioni tra canonisti, nikonisti o pentaxiani…

Quando ero studente e buttavo via un mucchio di tempo, la procedura era: sviluppi il negativo, fai i provini a contatto, li incolli su un cartoncino leggero con tutti i dati, e archivi insieme provino e negativo. Le dia, nei raccoglitori a carrello.
Stampare degli ingrandimenti è un altro discorso: ci vuole più tempo, non ti puoi accontentare di un risultato approssimativo, e il costo diventa importante.
Tanto, poi, ci possiamo sempre pensare.
Poi.
Il bianco e nero ed il Kodachrome sono eterni, no?
Poi.

Venezia, 1981
Venezia, 1981

Una volta tornato da militare, quasi chiuso con l’attività politica, era arrivato il momento in cui gli impegni si facevano più seri. Il tempo pieno in università per la tesi e, successivamente, per il lavoro di ricerca; una biondina con cui stava nascendo qualcosa di speciale, e che oltretutto non abitava proprio di fronte alla porta di casa.
Il lavoro in azienda, per un buon periodo facendo ogni giorno andata e ritorno dalla Montedison di Novara. Chimica dei reperti antichi: e i fogli di negativi andavano accumulandosi in archeologica stratigrafia, spesso non trovavo nemmeno il tempo di fare il provino: ci penserò, prima o poi le guarderò.

Finalmente sposato, col lavoro che mi assorbiva una dozzina di ore al giorno, per un certo periodo avevo quasi smesso di fotografare, e anche i fogli di negativi finivano ammucchiati in disordine, fino a quel ’98 in cui è nata Alice.

Lomazzo, 1983

L’anno in cui ho fotografato di meno in assoluto. Passare all’insegnamento ed alla professione mi aveva dato orari più flessibili, ma non certo più brevi ed in comprenso più caotici.
L’ingranditore ha pian piano smesso di lavorare e, da un certo giorno, mi sono limitato a pulirgli i vetri ogni tanto. Solo le tank non sono mai andate in congedo.

Nel frattempo il PC con Win 3.1 aveva lasciato spazio ad uno con Win 98 e, con quel che avevo risparmiato in pellicola, avevo comprato il primo scanner: un Nikon 35 mm su uscita SCSI.
Sia pur lentamente mi permetteva di star dietro non solo ai rullini nuovi ma anche al riordino di un po’ di materiale vecchio.

Milano, 1992. Adunata degli Alpini.

Fatto molto importante: mi permetteva per la prima volta di gestire in proprio anche negativi a colori e diapositive. L’ho sfruttato senza pietà finché, esausto, mi ha chiesto di riposarsi, e così sono passato all’Epson V700, che ancora oggi sta ronzando sornione qui di fianco.

Con un hw molto più elastico ed un sw che prima non immaginavo, potevo scandire in file più sostanziosi non solo il 35 mm ma anche quel poco di 120 che avevo fatto in precedenza, e magari formati più strani e bizzarri, incluso gli antichi 126 della mia prima Instamatic (che funziona ancora, ovviamente).
Pian piano ho ricominciato a pensarmi come fotografo, fino ad anni vicini in cui ho iniziato anche a darmi da fare  con un po’ di ferrivecchi che vanno oltre il 6×6.

E nonostante abbia kemia.it, parecchi scatti finiscono pigramente su Twitter o altrove, non qui.

Como, 1996. Papa-Boys per Giovanni Paolo II.

Il senso di questo discorso è che conosco piuttosto bene il mio fotografare dell’ultima dozzina di anni, mentre di quello precedente ho una conoscenza un po’ episodica, magari concentrata molto bene solo su alcuni momenti (come quelli che mi hanno convinto a raccogliere in quelle pochissime mostre o presentazioni per qualche pubblico).
Insomma: ho scattato svariate migliaia di fotografie che letteralmente non ho mai visto, e almeno altrettante che ho visto solo di sfuggita, comprese quelle di cui avevo solo sbirciato un approssimativo provino quando si trattava di sceglierle per il giornale… e le ultime in coda, per finire il rullino, erano a volte piuttosto intriganti.

Ogni tanto, visto che per fortuna di cose da fare ne ho diverse altre, apro a caso un raccoglitore e scandisco qualche pacchetto di fogli.
La logica SlowPhoto impone di lasciar sempre passare qualche tempo tra lo scatto e l’osservazione.
Settimane, mesi… decenni.
Molte di quelle di Baliverna 1983, per trent’anni, non avevo saputo che ci fossero, ed era stato il mio primo e più esteso reportage . Per non parlare di quelle del Muro di Berlino.

Roma, 1990.

Messaggeri che ti inseguono dal passato, mi bisbiglia Buzzati, e mi consiglia di pensare a come gestire meglio il tempo che resta e non quello che è stato.
Senza pensare a tutte quelle che mi dice Borges.

Ma mi incuriosisce sapere che c’era un fotografo che si chiamava come me, il cui lavoro è rimasto totalmente sconosciuto pure a lui stesso, e che ho il privilegio di poter esplorare in esclusiva.

A volte c’è persino qualcosa che mi piace.

E poi, mi ha lasciato tanto di quell’arretrato che mi ci vorranno anni per arrivare in fondo…

 

Le sei immagini sono inedite. Due lo erano anche per me.

8 pensieri su “Il fotografo che si chiama come me”

  1. Vero. Il tempo rivela a noi stessi l’essenziale di ciò che siamo sempre stati… È da quello che resta nell'”arretrato”, dimenticato e lontano, che riemerge l’altro di noi… Narrazione che sfuma i contorni biografici di un sé che si intersecano poeticamente a riflessioni autobiografiche… note ignote di sé. Molto belle.

  2. Fra pellicole al sicuro nei loro pacchetti di plastica, stampe nelle buste di carta e provini infiniti, diapositive chiuse nelle scatole ho ri-scoperto che esiste anche un fotografo che si chiama come me. E ieri, 25 settembre 2016, mentre il fotografo che si chiama come te ordinava qualche negativo, quello che si chiama come me compiva 40 anni. E ha gli stessi pensieri di non riuscire mai a sistemare tutto quello che 20 anni fa era così precisamente ordinato. E che a volte scopre fotografie che nemmeno erano mai state viste se non dall’obiettivo e da una pellicola particolare comprata apposta per l’occasione… quella pellicola che quando la usavi era un po’ come aprire una bottiglia di vino buono… per una serata speciale.

  3. Un augurio speciale per un visitatore speciale.
    Ieri 25 settembre, che fra l’altro è la festa del mite e sapiente S. Sergio di Radonez, patrono di tutte le Russie, mica male come giornata.

    Pellicole e bottiglie hanno molto in comune, se non altro perchè le bottiglie possono dare sviluppi molto buoni: alle serate, all’umore e a tanto altro. Prosit!

  4. Allora ti lancio la sfida, anzi mi unisco alla sfida… hai mai pensato di fare un viraggio al Barolo? O al Brunello se preferisci…

  5. Qualche virata un po’ stretta con quei reagenti lì mi è capitato di farla… ovviamente somministrati per os. E comunque in compagnia l’effetto è sinergico.

    Al momento in bacinella non vado oltre caffè e ascorbato. Quell’altro fotografo là aveva passato delle notti su intrugli indicibili, ma era un giovinastro pericoloso.

  6. Non era forse un uomo francese, ricordato anche come “occhio del secolo”, che diceva che le fotografie possono raggiungere l’eternità attraverso un momento?
    Questo è quello che traspare dalle tue immagini catturate sulla pellicola.
    Attendiamo una mostra SPal 😉

  7. Troppo buona, mi sa che è l’aria di Islanda. Sono mostruosamente restio a mostrarmi in mostra. O forse sono troppo critico. O forse sono solo pigro.

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