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Valtellina, trent’anni

Trent’anni fa luglio era stato decisamente piovoso.

Stava iniziando a piovere molto anche in Valtellina. Nel giro di pochi giorni, un’alluvione tremenda, devastazione, morti.

Un po’ di tempo dopo ero stato lassù, con pala e stivali – che ho riportato indietro – e macchina fotografica – che uno del luogo si è tenuto per ricordo.

Ne ho scritto vent’anni fa, in una pagina che si era persa quando ho rifatto il sito e che ripubblico.

La galleria di fotografie, che era qui virtualmente da allora, probabilmente verrà riproposta a fine estate a Lomazzo, come manifestazione collaterale al 60° del locale gruppo dell’Associazione Nazionale Alpini.

 

 

 

 

(Ah: neanche in questi ulteriori dieci anni sono più tornato in Valtellina. Magari, forse…)

SelfieChemistry & Fausto Melotti

Una bella tappa di SelfieChemistry – Foto|chimica alla sede lomazzese del Liceo Fausto Melotti di Cantù. Intanto perché mi fa sempre piacere passarci, sono millanta anni da quando ci insegnavo ed è già un po’ da quando ho visto chiudere la tradizione del glorioso Istituto d’Arte. Poi, perché la sfida è quella di far capire l’importanza della scienza della materia a chi non la incontra più – come era un tempo – tra le materie caratterizzanti del proprio percorso, mentre la chemofobia non si arresta.

Una quinta, abbastanza numerosa: sguardi perplessi o diffidenti di fronte all’idea che per due ore avrebbero sentito parlare di chimica. Addirittura, di cosa c’entra la chimica con la storia degli ultimi secoli, quella che magari ti chiedono all’esame. Ma, forse più che in altri momenti, vedo parecchio interesse che si risveglia. Chimica e storia accompagnati da casi concreti, dalla nascita simultanea della chimica e dell’arte – quando  un ominide per la prima volta preparò consapevolmente un qualche tipo di pittura – ai materiali pittorici più prossimi alla nostra cultura, dal Medioevo (e cos’è poi, il Medioevo?) a tutte le tecniche pittoriche recenti che dovrebbero conoscere. Quelle “dalla seconda rivoluzione industriale in poi”, come direbbe un libro di testo, e pazienza se stavolta dovrò lasciare da parte Perkin e la tintura, accontentandomi di Van Gogh folle per i nuovi colori. Fino alle bombolette di acrilico…  certo che nessuno di questi fanciulli ne faccia un uso poco responsabile.

E la chimica della contemporaneità, quella che permette di generare, riprodurre, fissare una immagine,  su pellicola o in digitale.
Con una parte sperimentale che, una volta di più, fa drizzare le antenne quando entrano in gioco le vecchie signore: la mia Canon F1 eponima, qualche cucciolo mansueto come la Canon Demi o aggressivo come una Perfekta in total black. Cromo, bakelite, acetato di cellulosa, poliestere… e di colpo la ressa quando si tratta di guardare nel vetro dalla Avus, per vedere il mondo capovolto in 9×12. Non abbiamo tempo per un set completo – anzi, grazie alla paziente collega  che ci ha consentito di “sforare” con i tempi! – ma se vedere uscire un negativo dalla tank è sempre magico per me, figurati per chi lo vede la prima volta, e magari deciderà che sarà solo la prima di tante.

La cosa bizzarra è che non abbiamo fatto nemmeno un selfie, anzi nessuno si è messo a documentare la lezione, e non è che ci mancasse l’hardware: ma abbiamo una foto del cortile di fronte, e in fondo anche Niepce aveva iniziato così. La comprimo un po’ o la vuoi a 600 megapixi? 😉

Tre idee riassuntive, forse:
– la chimica e l’arte sono due aspetti essenziali, complementari e spesso coincidenti del nostro essere umani
– il mondo è troppo più vasto di quel che si vede a scuola, ma la scuola può essere capace di allargare i tuoi orizzonti
– e già che ci siamo:  là fuori ci sono tantissime fotocamere splendidamente funzionanti, che non deperiscono in pochi anni come le costose digitali, che magari ti aspettano nell’armadio del nonno prima ancora di cercarle in rete. Che hanno visto storie grandi e piccole e che meritano di vivere ancora, per fotografare in modo creativo, moderno, economico.

Come direbbe Ollivander, spesso è la macchina che sceglie il fotografo: forza, ti sta cercando. Se è ormai chiaro che il 2017 è l’anno in cui la pellicola ritornò alla grande, tu che fai l’artista non sarai mica così indietro da usare ancora il digitale?

 

 

Il fotografo che si chiama come me

Bolzano, 1999

Ho iniziato a fotografare abbastanza assiduamente verso il 1980. Praticamente tutte le mie immagini da fine anni ’70 sono archiviate in ordine: qualcuno dice che le capacità di tenere in ordine qualcosa le ho esaurite lì.

Erano i tempi di notti intere in camera oscura con le bacinelle, la luce giallo-verde, che diventava rossa quando facevo le lith col bagno alla formaldeide. L’ingranditore era un polacco economico e robusto,  con brillanti ottiche bavaresi.
C’erano i fotoclub, le mostre, le discussioni tra canonisti, nikonisti o pentaxiani…

Quando ero studente e buttavo via un mucchio di tempo, la procedura era: sviluppi il negativo, fai i provini a contatto, li incolli su un cartoncino leggero con tutti i dati, e archivi insieme provino e negativo. Le dia, nei raccoglitori a carrello.
Stampare degli ingrandimenti è un altro discorso: ci vuole più tempo, non ti puoi accontentare di un risultato approssimativo, e il costo diventa importante.
Tanto, poi, ci possiamo sempre pensare.
Poi.
Il bianco e nero ed il Kodachrome sono eterni, no?
Poi.

Venezia, 1981
Venezia, 1981

Una volta tornato da militare, quasi chiuso con l’attività politica, era arrivato il momento in cui gli impegni si facevano più seri. Il tempo pieno in università per la tesi e, successivamente, per il lavoro di ricerca; una biondina con cui stava nascendo qualcosa di speciale, e che oltretutto non abitava proprio di fronte alla porta di casa.
Il lavoro in azienda, per un buon periodo facendo ogni giorno andata e ritorno dalla Montedison di Novara. Chimica dei reperti antichi: e i fogli di negativi andavano accumulandosi in archeologica stratigrafia, spesso non trovavo nemmeno il tempo di fare il provino: ci penserò, prima o poi le guarderò.

Finalmente sposato, col lavoro che mi assorbiva una dozzina di ore al giorno, per un certo periodo avevo quasi smesso di fotografare, e anche i fogli di negativi finivano ammucchiati in disordine, fino a quel ’98 in cui è nata Alice.

Lomazzo, 1983

L’anno in cui ho fotografato di meno in assoluto. Passare all’insegnamento ed alla professione mi aveva dato orari più flessibili, ma non certo più brevi ed in comprenso più caotici.
L’ingranditore ha pian piano smesso di lavorare e, da un certo giorno, mi sono limitato a pulirgli i vetri ogni tanto. Solo le tank non sono mai andate in congedo.

Nel frattempo il PC con Win 3.1 aveva lasciato spazio ad uno con Win 98 e, con quel che avevo risparmiato in pellicola, avevo comprato il primo scanner: un Nikon 35 mm su uscita SCSI.
Sia pur lentamente mi permetteva di star dietro non solo ai rullini nuovi ma anche al riordino di un po’ di materiale vecchio.

Milano, 1992. Adunata degli Alpini.

Fatto molto importante: mi permetteva per la prima volta di gestire in proprio anche negativi a colori e diapositive. L’ho sfruttato senza pietà finché, esausto, mi ha chiesto di riposarsi, e così sono passato all’Epson V700, che ancora oggi sta ronzando sornione qui di fianco.

Con un hw molto più elastico ed un sw che prima non immaginavo, potevo scandire in file più sostanziosi non solo il 35 mm ma anche quel poco di 120 che avevo fatto in precedenza, e magari formati più strani e bizzarri, incluso gli antichi 126 della mia prima Instamatic (che funziona ancora, ovviamente).
Pian piano ho ricominciato a pensarmi come fotografo, fino ad anni vicini in cui ho iniziato anche a darmi da fare  con un po’ di ferrivecchi che vanno oltre il 6×6.

E nonostante abbia kemia.it, parecchi scatti finiscono pigramente su Twitter o altrove, non qui.

Como, 1996. Papa-Boys per Giovanni Paolo II.

Il senso di questo discorso è che conosco piuttosto bene il mio fotografare dell’ultima dozzina di anni, mentre di quello precedente ho una conoscenza un po’ episodica, magari concentrata molto bene solo su alcuni momenti (come quelli che mi hanno convinto a raccogliere in quelle pochissime mostre o presentazioni per qualche pubblico).
Insomma: ho scattato svariate migliaia di fotografie che letteralmente non ho mai visto, e almeno altrettante che ho visto solo di sfuggita, comprese quelle di cui avevo solo sbirciato un approssimativo provino quando si trattava di sceglierle per il giornale… e le ultime in coda, per finire il rullino, erano a volte piuttosto intriganti.

Ogni tanto, visto che per fortuna di cose da fare ne ho diverse altre, apro a caso un raccoglitore e scandisco qualche pacchetto di fogli.
La logica SlowPhoto impone di lasciar sempre passare qualche tempo tra lo scatto e l’osservazione.
Settimane, mesi… decenni.
Molte di quelle di Baliverna 1983, per trent’anni, non avevo saputo che ci fossero, ed era stato il mio primo e più esteso reportage . Per non parlare di quelle del Muro di Berlino.

Roma, 1990.

Messaggeri che ti inseguono dal passato, mi bisbiglia Buzzati, e mi consiglia di pensare a come gestire meglio il tempo che resta e non quello che è stato.
Senza pensare a tutte quelle che mi dice Borges.

Ma mi incuriosisce sapere che c’era un fotografo che si chiamava come me, il cui lavoro è rimasto totalmente sconosciuto pure a lui stesso, e che ho il privilegio di poter esplorare in esclusiva.

A volte c’è persino qualcosa che mi piace.

E poi, mi ha lasciato tanto di quell’arretrato che mi ci vorranno anni per arrivare in fondo…

 

Le sei immagini sono inedite. Due lo erano anche per me.

Wabi-Sabi, forse?

Stavo andando a spasso per Milano con un giovane amico, lui al collo una Leica M6, io la mia Canon F1 –  l’antica compagna, da cui ho scelto il nickname su Twitter.
Troviamo una persona che di macchine se ne intende molto più di me. La guarda e mi fa i complimenti “per quanto è sverniciata. Non perchè ha fatto centomila scatti, ma perchè si vede che per quarant’anni siete invecchiati insieme”.DSC_0619rr
Beh, meno di trenta, penso, e già era un po’ vissuta quando l’ho presa. Ma capisco che parla seriamente e intuisco il senso delle sue parole.
Il signore, non lo avevo detto, è giapponese.

Non so quasi nulla di cultura ed estetica giapponese, ma mi viene in mente l’idea del wabi-sabi, l’ammirazione per le cose che mostrano delle imperfezioni ed il passaggio del tempo, come credo di leggere in questo saggio di Tadao Ando.

È probabilmente quello il primo motivo che mi fa continuare a preferire le foto fatte con qualche vecchia signora – come le abbiamo chiamate coi ragazzi del Setificio, rispetto alle digitali. E, tra l’altro, aver dovuto trovare il sistema di comunicare ai sedicenni esperienze che per me sono – senza enfasi – una vita, mi ha permesso in questi mesi di capire meglio un atteggiamento che oggi quel signore ha sintetizzato in poche parole (en passant: mai smettere di imparare dai propri studenti).

Non è per qualche moda alternativa, di giovanotti che magari ora ostentano lunghe barbe fulve – come quella che avevo quando iniziavo ad usare una reflex. Che sembrano cercare fotocamere a pellicola fatte di plastica colorata, con cui fare foto percettivamente brutte, quando io invece cerco vetri e metalli consumati con cui fare foto belle.

Poco prima avevamo visto insieme l’ultimo modello di cellulare, con doppia altisonante fotocamera. Uno spettacolo. Foto perfette. E persino meno caro di quel che credevo.
Eppure non penso di comprarlo, almeno a breve, e comunque non per fare le mie foto. Negli ultimi mesi ho invece comprato molte fotocamere vecchie: tutte vecchie più  di me;  qualcuna, più dei miei genitori. Scomode da usare, un po’ ridicole da vedere, l’essenza di quell’hashtag slowphoto che uso spesso: e non soltanto perché devi attendere il tempo sospeso dello sviluppo, della scansione, della stampa.
Le quali, a fianco di evocativi nomi tedeschi e delle magagne lasciate dal tempo, hanno tra l’altro in comune un prezzo ridicolmente irrisorio, incommensurabile con le loro prestazioni.

E allora mi viene in mente qualche altro vago ricordo di cultura giapponese – ritrovo una frase dell’antico monaco Kenko Yoshida:

i tuoi beni appaiano vecchi, non troppo elaborati; devono costare poco, ma essere di grande qualità

Ne avremmo anche noi, di riferimenti culturali che vanno da quelle parti lì. Direi che cercando tra Qohelet ed Epicuro, san Benedetto e Leopardi (per dire i primi che mi vengono in mente), idee simili se ne trovano.
Non ti dicono che devi amare il brutto: tutt’altro. Proprio il contrario, direi.
Devi amare, cercare, creare la bellezza nonostante l’apparenza e l’ostentazione.

Senza dimenticare che uno scatto digitale richiede cure mostruose per sopravvivere anche solo qualche lustro, mentre la pellicola è fatta per sopravvivere decenni e magari secoli… certo, forse con qualche segno del tempo, con qualche graffio e ombreggiatura.

Stamattina avevamo visitato anche un laboratorio di restauro.
Della patina, di Ruskin e di quelle cose lì ne parliamo un’altra volta. Ora spolvero la F1.

quando sparivano le diapositive

Ricaricato dalla vecchia pagina di kemia.it. Riflessioni sulle dia. Oggi, di quelle pellicole, se ne trova qualcuna in più. Forse abbiamo toccato il fondo e stiamo già per risalire, come era successo per il vinile.

25.3.2016


 

E’ quasi un anno dalla fine del Kodachrome. Ho proseguito ad usare le Fuji Sensia per poi veder finire anche quelle. Anche Kodak sta lasciando svanire il settore delle dia, per cui restano le top Fuji. E’ vero che un rullino sviluppato di Velvia costa solo un 25% più di un Sensia e che il risultato è quasi-Kodachrome, però ti girano, ah come ti girano. Sopra i 200 ISO si deve andare solo in negativo colore? In compenso, per la prima volta, ho comprato della TRI-X: da ridere ma il b/n più venduto della storia non l’ho mai provato. Dopo l’Islanda sto ritornando alle pellicole a grana tradizionale, da fine anni 80 avevo usato al 90% le T-Grain.

 

quando arrivò lo smartphone

Non sono stato tra i primi a comprare un telefonino che fa le foto. il primo l’avevo comprato una dozzina d’anni fa, ma chiamare foto delle immagini alla risoluzione di mezzo VGA era difficile. Poi nel 2008, per un problema da risolvere urgentemente, avevo comprato di seconda mano un Sony K800i. Il primo smartphone, in un certo senso; quello che usava James Bond come arma segreta. La roba elettronica invecchia in modo patetico. Comunque l’ho fatto lavorare cinque anni e, a cambiargli la batteria, funzionerebbe ancora. Dal punto di vista della foto d’azione la sua comodità e rapidità di fuoco erano incomparabili rispetto a quelli di oggi, anche se lo sportellino era scomodo da ogni altro punto di vista.

25.3.2016


 

Come si cambia. Il sogno di una vita era quello di avere in tasca una macchina fotografica in ogni momento. Il telefonino che avevo preso nel 2004 aveva una microfotocamera che faceva delle discrete fototessere a risoluzione zerovirgola, ma ovviamente non era quel che intendevo. Quando ha deciso di mettersi a riposo, ho optato per uno con fotocamera da 3.2 e memoria illimitata. Adesso HO una fotocamera sempre con me, anche se non è certo una delle solite. Operativa nel tempo che serve per estrarla dalla tasca facendo scorrere la protezione dell’obiettivo. Nei primi quattro giorni, cercando di non esagerare, sono arrivato a quasi 400 scatti. Avrò bisogno di qualche tempo per adattarmi a questa nuova dimensione.

Il mio mondo in 28 mm e la catastrofe della Valtellina.

(riedito dalla prima versione di questo sito)

Il 17 e 18 luglio 1987 l’alluvione in Valtellina aveva raggiunto il suo acme. Nel giro di pochi giorni iniziarono a cadere altre importanti frane, dopo la prima di Tartano, che andarono a complicare ulteriormente i devastanti allagamenti, fino alla catastrofe di Sant’Antonio ed Aquilone. I soccorsi partirono in maniera abbastanza efficace con un’importante presenza di volontari.
L’Associazione Nazionale Alpini si segnalò anche in quest’occasione come una delle strutture più importanti nel gestire i soccorsi dopo una catastrofe. I volontari del gruppo di Lurate Caccivio, con aggregati alcuni alpini dei gruppi di Fino e di Lomazzo, vennero distaccati a Fusine, di fronte a Berbenno e Postalesio, quasi in fondo alla grande valle. Di qua il disastro, di là poco più di un grosso guaio.

Lì sono rimasto qualche giorno, dal 10 al 16 agosto.
Lo scopo principale era evidentemente spalare palta, spalare sassi, merda, per far sentire ai valtellinesi, che stavano facendo le stesse cose con quel che restava delle loro case, che non erano da soli. Non per completare un lavoro di recupero che avrebbe richiesto mesi o anni, ma per lasciare tante macchie di luce nel grigio, che fossero da stimolo per non mollare.

Per me, scopo accessorio, come sempre, era scattare qualche foto.
Attrezzatura ridotta al minimo: Canon FTb con 28 mm 2.8, uno zoom Komura 80-200 mm, un piccolo flash a slitta. Pochi rullini in bianco e nero. Relativamente pochi scatti – visti i miei standard anche di allora – presi nei momenti di libertà, o in qualche ora di salita in fuoristrada in val Madre e in valle di Tartano.

La FTb, che avevo comprato usata a fianco della mia prima AT1, era stata per circa cinque anni la mia terza mano per afferrare la realtà. Il mio modo di osservare il mondo, da qualche anno, era l’apertura angolare di un 28 mm. Non lo dico con enfasi, è solo una constatazione di un fatto.

L’ultima sera della nostra permanenza, in occasione del pranzo con sindaco ed autorità nel salone municipale, ho lasciato sul tavolo la FTb con montati il 28 e il flashino, per poi passare la serata all’esterno, fumando e discutendo dei casi della vita.

Uno dei commensali ha pensato di prelevare il tutto per suo ricordo: compreso il rullino già scattato, fotogrammi dedicati soprattutto al colore, alle persone, a quella anziana in nero che cercava di pulire dal fango la tomba dei suoi genitori.
Non sono capace di lanciare maledizioni, ma l’avermi privato di quel rullino, e della possibilità di documentare la processione di ringraziamento del giorno dopo – festa di San Rocco – a quel signore, di cui ho intuito l’identità, non l’ho perdonato. E non solo perché, se avessi potuto completare quel servizio, avrei avuto buone possibilità di venderlo a qualche rivista.

Nell’autunno dell’87 un circolo di fotoamatori organizzò, insieme all’Enel che aveva evidentemente vissuto l’alluvione con un’attenzione speciale, una mostra fotografica presso il salone comasco dell’azienda. Mi avevano chiesto di partecipare ed avevo esposto un certo numero di immagini, stampate all’argento e virate, come allora era normale (al solfuro e al selenio su baritata, se vogliamo essere pignoli). Non mi ricordo molto di quella mostra, dovevamo essere due autori; mi ricordo però che è stata l’ultima mostra di mie fotografie in uno spazio aperto al pubblico. Tant’è vero che quelle stampe sono ancora per la maggior parte in quelle cornici, mai più riutilizzate ed ormai macchiate dalla muffa.

Tempo dopo ho trovato d’occasione un 17 mm FD – uno dei più grandi obiettivi della storia – ed ho allargato ulteriormente il mio modo di osservare, montandolo per lo più su una F1, che mi avevano venduto come rottame e che da allora ha scattato ineccepibilmente forse trentamila volte. Non avevo più comprato un 28 mm; credo, stavolta, non per caso.

Ho continuato a scattare uno sproposito di immagini, quasi mai mostrandole in pubblico, anzi spesso limitandomi a sviluppare il negativo ma senza guardarle nemmeno io, con il caso estremo dei giorni di Berlino di cui ho raccontato in altra sede. Non so quanto abbia influito l’esperienza della Valtellina, su questa mia ritrosia che per qualcuno è quasi fobica.

Di quei pochi ma intensi giorni ricordo alcune persone, ormai in buona parte andate avanti: molti stupendi alpini, alcuni celebri secondo il mondo, altri no, che già sulla settantina avevano ritenuto necessario e naturale prender su cappello e badile e partire. Ricordo lo sguardo di una ragazza di Verona che mi è spiaciuto non rivedere; ricordo altri volti che se rivedessi non tratterei bene, pensando a quello scherzo.
Ricordo tutto sommato piuttosto poco dei valtellinesi.

Avevo capito, per la prima volta in presa assolutamente diretta, che cosa significhi una catastrofe ambientale e come l’azione dell’uomo possa moltiplicarne o meno gli effetti.
Avevo sentito nelle ossa (e nel fondoschiena), moltiplicato per mille, il panico che provai anni prima, scivolando in un torrente cementificato e venendo trasportato per decine di metri da nemmeno due dita d’acqua, prima di riuscire a ribaltarmi fuori; che è un modo concreto di capire cosa significhi “la forza che l’ha g’ha l’acqua”.

Ricordo che le case vecchie, messe in posizione più scomoda ma defilate ai lati del torrente, si erano più o meno abbondantemente allagate ma non avevano riportato danni devastanti, mentre le case e le aziende nuove, costruite in prossimità del torrente erano state frantumate, riempite, spazzate via.
Sarebbe bastato dare retta ai vecchi, che sapevano che ogni qualche decennio quella specie di pisciatoio si trasforma in un mostro, capace di trasportare massi di cento tonnellate: non è arcadismo o arcaismo, solo buon senso ed intelligenza nel progettare.
Tecnologia e statistica, se vogliamo.

In tempi recenti, discutendo di interventi per il risanamento e la manutenzione di piccoli corsi d’acqua, mi è capitato di pensare che chi ne parlava dicesse degli spropositi, sia su materie di cui qualcosa capisco (chimica, depurazione), sia su altre – come l’idraulica – di cui magari capisco un po’ meno, ma insomma non proprio nulla. Mi fanno notare che di fronte a quegli spropositi reagisco piuttosto male. Credo che la mia insofferenza derivi anche da quell’esperienza.
Non me ne frega niente se qualcuno giudica questo mio atteggiamento di oggi poco “politico”, nell’87 la mia lunga militanza politica si avvicinava già alla fine, ed il Ministro che era venuto a visitarci – poi diventato famoso per altri guai – ci muoveva al sorriso per la sua goffaggine.

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Ero tornato un po’ più spassionato e un po’ più disilluso, ma avevo capito con certezza almeno una cosa: con la barba sto molto meglio che con i baffoni da tricheco.

A settembre avevo ripreso il lavoro per la mia tesi di laurea in chimica, lasciando da parte gli aspetti ambientali che ho ripreso solo in seguito.

Non sono più tornato in Valtellina, salvo una volta di sfuggita per risalire lungo una laterale. Non ho nemmeno mai visto la grande frana di Sant’Antonio. Credo sia sostanzialmente solo un caso.

L’anno scorso in una vetrina ho visto una bella FTb con vicino un 28 mm, gemelli di quelli di allora; li ho comprati pensando che ad Alice potranno servire, se e quando vorrà capire cosa significhi fare clic.
Nel frattempo, li uso intensamente io, lasciando spesso a casa tutto il resto dell’armamentario, per forzarmi a riprendere il mio precedente modo di inquadrare – non è stato semplice ricominciare a usare il 28, che non è solo una via di mezzo tra il 17 e il 35.
Averlo ripreso mi aiuta anche a riguardare meglio le inquadrature di allora. Il tipo che le riprendeva aveva in comune con me il nome, alcune abitudini, la pipa ed il Negroni, ma inevitabilmente da alcuni punti di vista era un’altra persona, che vedeva il mondo diversamente e non solo per via del 28 mm o degli occhiale da presbite che dovrò presto cambiare.

Avevo riportato a casa 230 fotogrammi, in questo anniversario li ho scanditi e riguardati con attenzione per la prima volta da allora. Molte delle immagini che ho scelto oggi non erano quelle che avevo scelto per la mostra di allora.

Pochi mesi dopo aver ripreso a vedere il mondo in 28 mm ho aperto questo sito, in cui supero la ritrosia e l’accidia nel mostrare le mie immagini. Oggi, 18 luglio ’07 – Francesco direbbe “quasi come Dumas” – mi è venuta voglia anche di commentarle, e se mi è difficile commentare le immagini lo è anche di più commentare le emozioni, per cui non aggiungo altro.

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addenda marzo 2010. Una prima media mi segnala che hanno non solo guardato le foto, ma anche letto questo commento. Hanno notato due parolacce: eh già, ci sono. Qual è il senso? E’ che, per descrivere una cosa oscena, orrenda, straordinaria come questo scempio, o la rabbia e l’orgoglio di aver fatto una pur minima cosa per rimediarvi, non bastano le parole che si usano normalmente. Si possono, forse si devono usare proprio quelle che normalmente non si usano per le cose ordinarie. Perchè la differenza si deve vedere. Bravi, ragazzi, grazie a voi e alla vostra insegnante.

L’accompagnatore di antiche signore

Questo era l’articolo di presentazione sulla pagina di fotografia di kemia.it nella vecchia versione.

L’ho retrodatato 20.10.2006 perchè era in quei giorni che stavo allestendo il sito.

Adesso gli anni sono circa 40 e le antiche signore che ho frequentato sono molte di più: anzi, da un po’ di tempo sto insegnando a tante/i ragazze/i quante soddisfazioni ti può dare la cosa 🙂

25.3.2016


 

Sono una trentina d’anni che faccio l’accompagnatore di macchine fotografiche.

Soprattutto di quelle che sono ormai anziane e sole, e apprezzano che qualcuno le porti a spasso come quando erano giovani ed invidiate. Quasi tutte, va aggiunto, hanno già avuto altri e più validi compagni prima di me – ti danno anche l’ansia del non deluderle.

Di solito sono compagnie relativamente vistose, ti pesano (sul collo), per cui non è che le porti a spasso solo per il gusto di farlo, vuoi combinarci qualcosa. Dopo qualche giorno, ma non è raro che l’attesa si prolunghi per settimane, da quegli incontri nascono delle serpi di acetato di cellulosa, frammentate da una quarantina di rettangoli, molto spesso grigi. A volte sono invece degli striscioni più corti e larghi divisi in dodici parti quadrate, come in uno zodiaco romanico. I primi frammenti erano anche loro quadrati, molto più piccoli, ma di quelli non ne nascono più. Ogni tanto ne sono apparsi altri di formati ancora più impensati.

Per non far pesare troppo a quei ritagli la loro nascita nella colpa, bisogna visitarli, guardarli con attenzione e magari presentarli agli amici, cosa che faccio molto raramente, non solo per pudore ma anche per pigrizia. Non è comodo e richiede tempo (e soldi).
Quelli grigi, orgogliosi della loro equivoca origine, richiedevano fino a qualche anno fa un ulteriore passaggio da una maleodorante sala parto, a luci rosse o clorose. Gli altri, di essere affidati a mani altrui, spesso infide, o di finire sotto un faro in un ambiente in penombra, un tempo anche fumoso, con qualche spettatore annoiato.

Da qualche anno chiedo aiuto all’elettronica giapponese, grazie a quelle macchinette che, tra gemiti e ronzii, mettono ulteriormente in luce le metafore della scomparsa in una fenditura o del giacere immobili su un letto illuminato. Perlomeno, con questi ulteriori passaggi, guardarli su un monitor, ingrandirli all’inverosimile, alterarli in ogni modo e magari copiarli su carta è molto più rapido ed efficiente (*).

Così siamo qui, e ne tiro fuori un po’. Molte fra loro riguardano sassi o metalli, erosi dal tempo o trasformati dalla pazienza umana.
Non venitemi a dire che la chimica inorganica non è affascinante.

(*) Dicono che tutto questo si può fare direttamente e senza passare dal via, con quelle cosine piccine che al posto di consumare pellicola consumano batterie (ricaricabili). Vero. In effetti lo faccio. Anzi, mai fatto cosi mostruosamente tanti scatti come da quando a Sasha ho regalato una digitale. Compatta, non purpurea, intendo. Ma non ho ancora trovato il sistema di infilarci dentro un Kodachrome. Vuoi mettere la differenza tra vedere subito che hai perso l’istante decisivo perchè l’oggetto prima di fare click doveva pettinarsi i chip e truccarsi i chop, e aspettare magari un mese la busta del Kodachrome di ritorno dagli USA, sapendo però già prima cosa ci vedrai dentro?