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SelfieChemistry & Fausto Melotti

Una bella tappa di SelfieChemistry – Foto|chimica alla sede lomazzese del Liceo Fausto Melotti di Cantù. Intanto perché mi fa sempre piacere passarci, sono millanta anni da quando ci insegnavo ed è già un po’ da quando ho visto chiudere la tradizione del glorioso Istituto d’Arte. Poi, perché la sfida è quella di far capire l’importanza della scienza della materia a chi non la incontra più – come era un tempo – tra le materie caratterizzanti del proprio percorso, mentre la chemofobia non si arresta.

Una quinta, abbastanza numerosa: sguardi perplessi o diffidenti di fronte all’idea che per due ore avrebbero sentito parlare di chimica. Addirittura, di cosa c’entra la chimica con la storia degli ultimi secoli, quella che magari ti chiedono all’esame. Ma, forse più che in altri momenti, vedo parecchio interesse che si risveglia. Chimica e storia accompagnati da casi concreti, dalla nascita simultanea della chimica e dell’arte – quando  un ominide per la prima volta preparò consapevolmente un qualche tipo di pittura – ai materiali pittorici più prossimi alla nostra cultura, dal Medioevo (e cos’è poi, il Medioevo?) a tutte le tecniche pittoriche recenti che dovrebbero conoscere. Quelle “dalla seconda rivoluzione industriale in poi”, come direbbe un libro di testo, e pazienza se stavolta dovrò lasciare da parte Perkin e la tintura, accontentandomi di Van Gogh folle per i nuovi colori. Fino alle bombolette di acrilico…  certo che nessuno di questi fanciulli ne faccia un uso poco responsabile.

E la chimica della contemporaneità, quella che permette di generare, riprodurre, fissare una immagine,  su pellicola o in digitale.
Con una parte sperimentale che, una volta di più, fa drizzare le antenne quando entrano in gioco le vecchie signore: la mia Canon F1 eponima, qualche cucciolo mansueto come la Canon Demi o aggressivo come una Perfekta in total black. Cromo, bakelite, acetato di cellulosa, poliestere… e di colpo la ressa quando si tratta di guardare nel vetro dalla Avus, per vedere il mondo capovolto in 9×12. Non abbiamo tempo per un set completo – anzi, grazie alla paziente collega  che ci ha consentito di “sforare” con i tempi! – ma se vedere uscire un negativo dalla tank è sempre magico per me, figurati per chi lo vede la prima volta, e magari deciderà che sarà solo la prima di tante.

La cosa bizzarra è che non abbiamo fatto nemmeno un selfie, anzi nessuno si è messo a documentare la lezione, e non è che ci mancasse l’hardware: ma abbiamo una foto del cortile di fronte, e in fondo anche Niepce aveva iniziato così. La comprimo un po’ o la vuoi a 600 megapixi? 😉

Tre idee riassuntive, forse:
– la chimica e l’arte sono due aspetti essenziali, complementari e spesso coincidenti del nostro essere umani
– il mondo è troppo più vasto di quel che si vede a scuola, ma la scuola può essere capace di allargare i tuoi orizzonti
– e già che ci siamo:  là fuori ci sono tantissime fotocamere splendidamente funzionanti, che non deperiscono in pochi anni come le costose digitali, che magari ti aspettano nell’armadio del nonno prima ancora di cercarle in rete. Che hanno visto storie grandi e piccole e che meritano di vivere ancora, per fotografare in modo creativo, moderno, economico.

Come direbbe Ollivander, spesso è la macchina che sceglie il fotografo: forza, ti sta cercando. Se è ormai chiaro che il 2017 è l’anno in cui la pellicola ritornò alla grande, tu che fai l’artista non sarai mica così indietro da usare ancora il digitale?

 

 

Come bere un bicchier d’acqua, dopo 15 anni.

Era cominciato quasi per caso. Nel 2001 insegnavo al Jean Monnet di Mariano Comense, dove ero tra i responsabili della sperimentazione in Chimica Ambientale (gran bella esperienza, ma non divaghiamo).
Avevamo avuto una attenzione speciale da Federchimica, che in diverse circostanze ci aveva già proposto come esempio di qualità.

Bicchier d'acqua 2016Il dott. Rossi, storico dirigente della struttura, un giorno mi manda a chiamare e mi chiede se, essendo un insegnante ed un divulgatore, fossi in grado di allestire uno spettacolo di tema chimico. O, insomma, qualcosa di meno ovvio della solita conferenza, per una attività di orientamento verso i ragazzi delle scuole medie, che mostravano sempre meno attenzione per gli Istituti Tecnici o per i Licei Scientifici Tecnologici (bella cosa anche quelli, pace all’anima loro, ma continuiamo a non divagare).

Solo che il tempo disponibile per idearlo, organizzarlo, provarlo e metterlo in scena era ridicolo: pochissimi giorni,  come dire “lo voglio per ieri”. Avuto l’ok del Preside, ho chiesto ai ragazzi se ci fosse qualche volontario per provare a metter su una specie di recita a soggetto – il massimo che si poteva pensare. Con i sei di quella prima “squadra”, basandomi sulle loro capacità espressive, ho allestito poche scenette, che alternavano piccole dimostrazioni in cui coinvolgere il pubblico, a dialoghi accompagnati da un PPT.

La trama, esilissima, prevedeva che io ed alcuni studenti fossimo stati apparentemente chiamati per parlare di chimica, dicendo che in fondo “è facile come bere un bicchier d’acqua, e c’è anche quando beviamo un bicchier d’acqua”. A questo punto un disturbatore si sarebbe alzato dal pubblico sostenendo che non poteva esser vero, e così gli altri studenti avrebbero cercato di convincerlo del contrario.

La scelta dei temi? quelli in cui avevo delle esperienze professionali e anche del materiale illustrativo già pronto (pare strano, ma in quell’epoca non era facile scaricare qualsiasi cosa dal web).
La chimica ambientale e la depurazione delle acque; le fibre, i tessuti ed il colore; la chimica per i beni culturali; gli imballaggi flessibili. Chiudevo cedendo il mio camice all’antagonista e dicendogli che era benvenuto nella famiglia dei chimici.

Bontà del pubblico e di molte persone qualificate che stavano in platea, un successo imprevisto. Al punto che nel giro di poco tempo eravamo stati chiamati a rappresentarlo in altre sedi, al Museo della Scienza e della Tecnologia, presso esposizioni divulgative, una volta persino al Broletto di Milano sulla scenografia del “Processo a Galileo” di Strehler, che era stata collocata per un’altra iniziativa (e sentivo dall’alto lo sguardo di Tino Buazzelli…). Il decennale per 2011IYC, e così via.

Al Monnet, e poi al Setificio, era in breve diventato un must anche per le giornate di orientamento interne (in scolastichese, open days).
Da allora siamo andati in scena decine e decine di volte, con un centinaio di attori diversi, pur con la difficoltà di spostare una squadra di ragazzi, impegnati con la scuola e solitamente minorenni.

Ho modificato gli episodi, inserendone, togliendone, cambiandone il tono. Alcune volte ho anche ceduto ad un altro il mio ruolo di capocomico.
Fedele ai vezzi teatrali, restano intangibili alcuni elementi rituali: la prima scena è sempre assegnata a una ragazza, meglio se con l’aria un po’ da maestrina; si chiude sempre con lo scambio del camice; io ho sempre il papillon, che annodo senza specchio (e senza rete) davanti al pubblico che entra in sala.
Sergio Palazzi, Come bere un bicchier d'acqua

Oggi 15.12.16, ancora in Assolombarda per Federchimica dopo 15 anni, ho ritirato fuori quello stesso papillon. Peccato che il colore della barba sia un po’ diverso, come mostra il fotogramma di un antico VHS…

Poi dovremmo parlare anche dello spettacolo e di perchè evidentemente continua ad essere appezzato, di comunicazione nella didattica e nella divulgazione, di come si potrebbe migliorarlo, eccetera.
O del mio ringraziamento a chi ancora continua a consentirmi di metterlo in scena (e penso soprattutto ad una persona).

Ma ci sarà tempo un’altra volta.DSC08604rifrif
Inchino e sipario: fra due giorni siamo di nuovo in scena al Setificio.

Il fotografo che si chiama come me

Bolzano, 1999

Ho iniziato a fotografare abbastanza assiduamente verso il 1980. Praticamente tutte le mie immagini da fine anni ’70 sono archiviate in ordine: qualcuno dice che le capacità di tenere in ordine qualcosa le ho esaurite lì.

Erano i tempi di notti intere in camera oscura con le bacinelle, la luce giallo-verde, che diventava rossa quando facevo le lith col bagno alla formaldeide. L’ingranditore era un polacco economico e robusto,  con brillanti ottiche bavaresi.
C’erano i fotoclub, le mostre, le discussioni tra canonisti, nikonisti o pentaxiani…

Quando ero studente e buttavo via un mucchio di tempo, la procedura era: sviluppi il negativo, fai i provini a contatto, li incolli su un cartoncino leggero con tutti i dati, e archivi insieme provino e negativo. Le dia, nei raccoglitori a carrello.
Stampare degli ingrandimenti è un altro discorso: ci vuole più tempo, non ti puoi accontentare di un risultato approssimativo, e il costo diventa importante.
Tanto, poi, ci possiamo sempre pensare.
Poi.
Il bianco e nero ed il Kodachrome sono eterni, no?
Poi.

Venezia, 1981
Venezia, 1981

Una volta tornato da militare, quasi chiuso con l’attività politica, era arrivato il momento in cui gli impegni si facevano più seri. Il tempo pieno in università per la tesi e, successivamente, per il lavoro di ricerca; una biondina con cui stava nascendo qualcosa di speciale, e che oltretutto non abitava proprio di fronte alla porta di casa.
Il lavoro in azienda, per un buon periodo facendo ogni giorno andata e ritorno dalla Montedison di Novara. Chimica dei reperti antichi: e i fogli di negativi andavano accumulandosi in archeologica stratigrafia, spesso non trovavo nemmeno il tempo di fare il provino: ci penserò, prima o poi le guarderò.

Finalmente sposato, col lavoro che mi assorbiva una dozzina di ore al giorno, per un certo periodo avevo quasi smesso di fotografare, e anche i fogli di negativi finivano ammucchiati in disordine, fino a quel ’98 in cui è nata Alice.

Lomazzo, 1983

L’anno in cui ho fotografato di meno in assoluto. Passare all’insegnamento ed alla professione mi aveva dato orari più flessibili, ma non certo più brevi ed in comprenso più caotici.
L’ingranditore ha pian piano smesso di lavorare e, da un certo giorno, mi sono limitato a pulirgli i vetri ogni tanto. Solo le tank non sono mai andate in congedo.

Nel frattempo il PC con Win 3.1 aveva lasciato spazio ad uno con Win 98 e, con quel che avevo risparmiato in pellicola, avevo comprato il primo scanner: un Nikon 35 mm su uscita SCSI.
Sia pur lentamente mi permetteva di star dietro non solo ai rullini nuovi ma anche al riordino di un po’ di materiale vecchio.

Milano, 1992. Adunata degli Alpini.

Fatto molto importante: mi permetteva per la prima volta di gestire in proprio anche negativi a colori e diapositive. L’ho sfruttato senza pietà finché, esausto, mi ha chiesto di riposarsi, e così sono passato all’Epson V700, che ancora oggi sta ronzando sornione qui di fianco.

Con un hw molto più elastico ed un sw che prima non immaginavo, potevo scandire in file più sostanziosi non solo il 35 mm ma anche quel poco di 120 che avevo fatto in precedenza, e magari formati più strani e bizzarri, incluso gli antichi 126 della mia prima Instamatic (che funziona ancora, ovviamente).
Pian piano ho ricominciato a pensarmi come fotografo, fino ad anni vicini in cui ho iniziato anche a darmi da fare  con un po’ di ferrivecchi che vanno oltre il 6×6.

E nonostante abbia kemia.it, parecchi scatti finiscono pigramente su Twitter o altrove, non qui.

Como, 1996. Papa-Boys per Giovanni Paolo II.

Il senso di questo discorso è che conosco piuttosto bene il mio fotografare dell’ultima dozzina di anni, mentre di quello precedente ho una conoscenza un po’ episodica, magari concentrata molto bene solo su alcuni momenti (come quelli che mi hanno convinto a raccogliere in quelle pochissime mostre o presentazioni per qualche pubblico).
Insomma: ho scattato svariate migliaia di fotografie che letteralmente non ho mai visto, e almeno altrettante che ho visto solo di sfuggita, comprese quelle di cui avevo solo sbirciato un approssimativo provino quando si trattava di sceglierle per il giornale… e le ultime in coda, per finire il rullino, erano a volte piuttosto intriganti.

Ogni tanto, visto che per fortuna di cose da fare ne ho diverse altre, apro a caso un raccoglitore e scandisco qualche pacchetto di fogli.
La logica SlowPhoto impone di lasciar sempre passare qualche tempo tra lo scatto e l’osservazione.
Settimane, mesi… decenni.
Molte di quelle di Baliverna 1983, per trent’anni, non avevo saputo che ci fossero, ed era stato il mio primo e più esteso reportage . Per non parlare di quelle del Muro di Berlino.

Roma, 1990.

Messaggeri che ti inseguono dal passato, mi bisbiglia Buzzati, e mi consiglia di pensare a come gestire meglio il tempo che resta e non quello che è stato.
Senza pensare a tutte quelle che mi dice Borges.

Ma mi incuriosisce sapere che c’era un fotografo che si chiamava come me, il cui lavoro è rimasto totalmente sconosciuto pure a lui stesso, e che ho il privilegio di poter esplorare in esclusiva.

A volte c’è persino qualcosa che mi piace.

E poi, mi ha lasciato tanto di quell’arretrato che mi ci vorranno anni per arrivare in fondo…

 

Le sei immagini sono inedite. Due lo erano anche per me.

Wabi-Sabi, forse?

Stavo andando a spasso per Milano con un giovane amico, lui al collo una Leica M6, io la mia Canon F1 –  l’antica compagna, da cui ho scelto il nickname su Twitter.
Troviamo una persona che di macchine se ne intende molto più di me. La guarda e mi fa i complimenti “per quanto è sverniciata. Non perchè ha fatto centomila scatti, ma perchè si vede che per quarant’anni siete invecchiati insieme”.DSC_0619rr
Beh, meno di trenta, penso, e già era un po’ vissuta quando l’ho presa. Ma capisco che parla seriamente e intuisco il senso delle sue parole.
Il signore, non lo avevo detto, è giapponese.

Non so quasi nulla di cultura ed estetica giapponese, ma mi viene in mente l’idea del wabi-sabi, l’ammirazione per le cose che mostrano delle imperfezioni ed il passaggio del tempo, come credo di leggere in questo saggio di Tadao Ando.

È probabilmente quello il primo motivo che mi fa continuare a preferire le foto fatte con qualche vecchia signora – come le abbiamo chiamate coi ragazzi del Setificio, rispetto alle digitali. E, tra l’altro, aver dovuto trovare il sistema di comunicare ai sedicenni esperienze che per me sono – senza enfasi – una vita, mi ha permesso in questi mesi di capire meglio un atteggiamento che oggi quel signore ha sintetizzato in poche parole (en passant: mai smettere di imparare dai propri studenti).

Non è per qualche moda alternativa, di giovanotti che magari ora ostentano lunghe barbe fulve – come quella che avevo quando iniziavo ad usare una reflex. Che sembrano cercare fotocamere a pellicola fatte di plastica colorata, con cui fare foto percettivamente brutte, quando io invece cerco vetri e metalli consumati con cui fare foto belle.

Poco prima avevamo visto insieme l’ultimo modello di cellulare, con doppia altisonante fotocamera. Uno spettacolo. Foto perfette. E persino meno caro di quel che credevo.
Eppure non penso di comprarlo, almeno a breve, e comunque non per fare le mie foto. Negli ultimi mesi ho invece comprato molte fotocamere vecchie: tutte vecchie più  di me;  qualcuna, più dei miei genitori. Scomode da usare, un po’ ridicole da vedere, l’essenza di quell’hashtag slowphoto che uso spesso: e non soltanto perché devi attendere il tempo sospeso dello sviluppo, della scansione, della stampa.
Le quali, a fianco di evocativi nomi tedeschi e delle magagne lasciate dal tempo, hanno tra l’altro in comune un prezzo ridicolmente irrisorio, incommensurabile con le loro prestazioni.

E allora mi viene in mente qualche altro vago ricordo di cultura giapponese – ritrovo una frase dell’antico monaco Kenko Yoshida:

i tuoi beni appaiano vecchi, non troppo elaborati; devono costare poco, ma essere di grande qualità

Ne avremmo anche noi, di riferimenti culturali che vanno da quelle parti lì. Direi che cercando tra Qohelet ed Epicuro, san Benedetto e Leopardi (per dire i primi che mi vengono in mente), idee simili se ne trovano.
Non ti dicono che devi amare il brutto: tutt’altro. Proprio il contrario, direi.
Devi amare, cercare, creare la bellezza nonostante l’apparenza e l’ostentazione.

Senza dimenticare che uno scatto digitale richiede cure mostruose per sopravvivere anche solo qualche lustro, mentre la pellicola è fatta per sopravvivere decenni e magari secoli… certo, forse con qualche segno del tempo, con qualche graffio e ombreggiatura.

Stamattina avevamo visitato anche un laboratorio di restauro.
Della patina, di Ruskin e di quelle cose lì ne parliamo un’altra volta. Ora spolvero la F1.

Flipped classroom & chimica

Nel numero di gennaio (2016) del Journal of Chemical Education si è trattato con attenzione un tema che ricorre nella letteratura pedagogica degli ultimi anni,  quello della Flipped Classroom o classe capovolta. Ovviamente lo sguardo era rivolto soprattutto all’insegnamento nei primi anni del college, data anche la differenza strutturale del sistema scolastico USA dal nostro.

Per classe capovolta, detto in parole molto sbrigative, si intende una metodica (o meglio, un insieme di tecniche e procedure) in cui la lezione viene preceduta, non seguita, dallo studio/approfondimento domestico, per poi trovare il suo sviluppo nella lezione in cui il docente tende a fare più il mediatore del confronto che non il “dispensatore di sapere”. Il tutto con una serie di varianti che tengono conto anche della fascia d’età: le elementari probabilmente richiedono una didattica differente dal triennio di un istituto tecnico o dall’università. E mi fermo ad una descrizione approssimativa perché, come capita, sono scettico di fronte a categorizzazioni troppo formali ed astratte.

Proprio al mondo universitario (primi anni di college) si rivolge l’articolo di M.D. Ryan ed S.D. Reid sulla prestigiosa rivista. Con una pratica tipicamente anglosassone, concentrata non sulle intenzioni ma sui risultati, hanno voluto vedere se la cosa funzioni: facendo un esteso confronto quantitativo tra le prestazioni di diversi gruppi di studenti che sono stati esposti a questa metodologia, o a quelle di carattere frontale più tradizionali.

Va detto che a me questo approccio lascia un certo livello di dubbio, perché si basa sull’idea che in tutte le scuole si debbano insegnare le stesse cose che vengono poi valutate con test omogenei, quando al contrario il problema delle nostre sclerotiche scuole è che sono cronicamente in ritardo proprio sull’attuazione dell’autonomia e della responsabilizzazione individuale. Le quali peraltro sono in antitesi alla logica dell’esame di stato e del valore legale del titolo di studio, ma transeat.

Comunque, lo studio sistematico ha mostrato che, quando si lavora a classi capovolte, solo per le fasce più deboli dell’utenza si è misurato un miglioramento, per quanto non eccezionale. Il che non sarebbe un male, a patto che il gioco valga la candela.

Il fatto è che io stesso uso da una vita qualche sistema di questo tipo. Lo stavo facendo anche oggi, in diverse classi. Lo faccio ancora più spesso, da quando ci sono gli strumenti di interazione web tra classe e docente. Ne ho lasciato diverse tracce nella mia bibliografia.
E non penso di inventare niente: lo trovo una versione aggiornata del “Metodo Gutenberg”, che un vero rivoluzionario come Frank L. Lambert aveva teorizzato e strutturato nella didattica chimica già prima che io nascessi… In un certo senso, è una evoluzione di forme didattiche proprie da sempre dei nostri Istituti Tecnici.

Ma non si può nascondere che ci siano dei problemi, e che comunque (neanche) con questo metodo si facciano miracoli.
Ho la sensazione che, se non ci si confronta con prove quantitative standardizzate, in cui inevitabilmente una tecnica “diversa” (che crea almeno nel primo periodo stimoli ed interesse), può segnare punti a favore delle categorie deboli,  ma si segue invece la dinamica della classe in modo più analogico e contestualizzato, le cose siano meno chiare.

Perché usare questo metodo è impegnativo più per lo studente che per l’insegnante, che pure ci si deve applicare parecchio. Richiede costanza. Se praticato come unica strategia, può facilmente mandare in sovraccarico i più motivati, e lasciare freddi e apatici proprio quelli che vorremmo cercare di recuperare. E alla fine portare molti a preferire le lezioni frontali più bieche, ritrite e nozionistiche: perché danno l’impressione di farti arrivare più facilmente e con meno sforzo a quei famosi livelli minimi – altro slogan particolarmente deleterio – grazie ai quali la sfanghi e vai avanti.
Almeno finché varrà la regola che si va a scuola non per imparare di più e meglio, per vedere gratificate – dentro e fuori la scuola – le proprie competenze, ma semplicemente per uscirne il più in fretta possibile con lo stramaledetto pezzo di carta.

Insomma, né questa né nessuna altra ricetta standardizzata, calata dall’alto ed uguale per tutti, mi sembra possa essere ipso facto il sistema vincente. A prescindere dall’ennesimo slogan d’Oltreoceano con cui lo si definisce. Per decidere come  insegnare si dovrebbe ripartire ogni volta da cosa e perchè si insegna; e dalle differenze che ci sono tra classe e classe, e tra i diversi studenti di ciascuna. E poi, volta per volta, assumersi la responsabilità di rischiare la strada che può sembrare più efficace: magari, proprio questa.

Leggo la conclusione dell’editoriale di N.J. Pienta sul  J. Chem. Ed.

Flipping the classroom sounds easy. Making it work for all of our students is the bigger challenge. Making sure we have the optimal environment for optimal student learning is our duty.

O, per alleggerire il discorso, parafraserei una canzone di moolti anni fa:

Non esistono leggi qui a scuola: basta essere quello che sei. 
Lascia aperta la porta del cuore e vedrai che una classe è già in cerca di te… 

La coscienza dello shampoo

Una storia che ho sentito nel secolo scorso.

Una mamma lavava i capelli al suo bambino. Ai tempi in cui non lo si faceva frequentemente come oggi, i formulati per l’igiene erano più rudimentali, e la pratica diceva che era meglio insistere.

Vedi – dice – lo shampoo è meglio usarlo due volte. La prima volta non fa la schiuma, la seconda volta invece sì.

Mamma – risponde – come fa lo shampoo a sapere che è la seconda volta?

Credo sia stata la prima volta che ho intuito il modo che ha la chimica di interpretare e descrivere la realtà. La prima volta i grassi da rimuovere sono molti, il tensioattivo li sta emulsionando e non ne resta una quantità libera sufficiente a formare la schiuma. La seconda volta invece il tensioattivo è in eccesso e la schiuma si forma abbondante.

Molto tempo dopo ho scoperto che è anche il sistema classico per misurare, ad esempio, la durezza di un’acqua.

Ovviamente il tensioattivo non ha una coscienza. Non sa se è la prima o la seconda volta. Ma il sistema (nel senso chimico del termine) si trova in due differenti situazioni, e da qui nasce quello che possiamo chiamare un segnale, una informazione chimica. Niente di eccezionale, è ciò che accade in qualsiasi sistema che raggiunga una situazione di equilibrio in condizioni stechiometriche differenti.  La morale è semplicemente che nell’osservare la natura bisogna avere occhi da bambino e non aver paura di fare delle domande.

 

Undici anni

Non è comune che il Venerdì Santo coincida con l’Annunciazione, il 25 marzo.

Era successo anche nel 2005, quando – lucidi e sereni fino all’ultimo – si erano spenti gli occhi di Argentina Colausich Zito, nonna di Sasha e mia nonna “elettiva”.

In novantotto anni avevano visto l’impero austroungarico,  due guerre mondiali, l’Italia della fame e delle malattie che diventava quella del benessere… oltre a cinque figli ed uno stuolo di nipoti, inclusa la prima pronipote cioè Alice.

Ciao, nonna Argentina.